Leila Bologna: la fiducia come chiave per il futuro

INTERVISTA

La redazione


A Bologna esiste ed è attiva dal 2015 Leila Bologna – La Biblioteca degli oggetti – un progetto che promuove e sostiene concretamente la cultura della condivisione come terreno comune su cui gettare le premesse di una società in cui le parole fiducia e responsabilità non siano più percepite come nemiche. Leila, in sinergia con le altre realtà presenti in tutta Europa, si rivolge alla comunità bolognese con l’obiettivo di creare una rete di benessere condiviso, partecipativo e attivo.

Abbiamo intervistato Antonio Beraldi, fondatore e coordinatore di Leila Bologna che ci ha parlato di come è nato il progetto e del perché ci sia bisogno oggi di un luogo in cui ognuno si possa sentire parte di una rete sociale.

Da quale esigenza, individuale e collettiva, nasce Leila?

“Quando nel 2015 aspettavo mia figlia mi sono chiesto in che mondo stesse nascendo. Erano i mesi del terrorismo, del Bataclan, della paura dello straniero e del sospetto verso il diverso. C’era un clima di sfiducia generale appesantita dall’idea che l’indipendenza assoluta fosse sinonimo di successo, cioè che l’autorealizzazione personale fosse raggiungibile solo in maniera individualistica. Perciò a fronte di questa situazione e di queste retoriche, insieme alla mia ex compagna, si è provato a reagire riproducendo a modo nostro l’esperienza di Leila Berlino qui a Bologna, reputandola una città recettiva. Così, pur senza troppe pretese iniziali, ci siamo messi in gioco ed in pochi mesi siamo riusciti ad aprire il primo punto Leila.”

Ad oggi cos’è Leila Bologna? Quali sono i suoi obiettivi ultimi?

“Leila è un progetto che si muove su vari piani: è uno strumento economico, perché puoi smettere di comprare cose di cui non hai bisogno, ma anche uno strumento sociale e culturale che vuole far comprendere la necessità del mettersi insieme. Conoscere il dirimpettaio è molto più di un semplice vantaggio materiale, trasmettere l’idea che non bastiamo a noi stessi è il vero salto culturale che vogliamo riuscire a realizzare. La fiducia è il valore da recuperare più importante della nostra società, perché la qualità della mia vita migliora proprio entrando in relazione con gli altri. Per questo motivo non ci rivolgiamo solo a chi ha bisogno ma a tutti. Ci siamo distaccati dalla forma assistenzialistica delle varie biblioteche di oggetti, poiché crediamo che bisogna trasmettere a tutti la bellezza della responsabilità. Vogliamo essere una realtà con un’utilità universale che prescinda dall’estrazione sociale.”

Come ha risposto la città?

“Inizialmente la risposta è stata deludente, del resto la cultura non ha la velocità del business. C’è da dire che noi alle persone chiediamo tanto – 20 euro all’anno di tesseramento – e soprattutto di portare qualcosa di tuo. La difficoltà iniziale era quella di far capire che la qualità degli oggetti che puoi trovare e prendere dipende dalla qualità di ciò che porti. Ad oggi, abbiamo un ottimo riscontro da parte del territorio per questo credo sia necessario valorizzare questo progetto con ambizioni più importanti del semplice associazionismo che da solo non basta più.”

Cosa serve allora? Cosa hai in mente per il futuro?

“Intanto se si vuole realmente implementare e portare avanti le strutture di senso di questo progetto, servono capitali, una fondazione, magari un comune che si prende carico del finanziamento. I progetti in cantiere sono sempre tanti ma mai abbastanza. Personalmente dopo tanti anni di lavoro ho deciso di licenziarmi e dedicarmi completamente a questa realtà; ci credo davvero molto perché so che l’esigenza di socialità, di cooperazione, di umanità è condivisa da tante persone ed è l’ora di rompere i discorsi di rassegnazione ed impegnarsi realmente per cambiare le cose.

– Sogno di poter vivere di questo perché credo negli altri –


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