Favolacce – una storia senza uscita

EXTRA

Fernanda Dimilta


Il film capolavoro presentato al Festival di Berlino dai Fratelli D’Innocenzo (secondo lavoro dopo La Terra dell’Abbastanza con cui debuttano sulla scena cinematografica internazionale) sarebbe dovuto uscire nelle sale. Andando oltre il gusto personale che può più o meno far apprezzare il film e la sua trama, Favolacce è senza dubbio un prodotto culturale che merita di essere analizzato e sviscerato.

I toni volutamente cupi e aggraziati, dalla fotografia magistrale del maestro Carnera, ci catapultano senza indugiare in un universo simbolico fatto di continui rimandi e sollecitazioni in cui ci troviamo a fare i conti col percepito emotivo e il subconscio delle nostre più recondite sensazioni. Come in una fiaba dei Fratelli Grimm, emeriti precursori di un genere sempre verde, Favolacce è la favola nera che sembra volerci chiedere che cosa ci sfugge dall’andamento ordinario delle nostre piccole vite.

Più di una volta, nel corso di tutto il film, ci viene voglia di guardare da un’altra parte, di nascondere il viso tra le mani per non esporci alla crudezza degli sguardi vuoti dei piccoli protagonisti, un po’ come fanno per tutto il tempo della pellicola i personaggi della storia: instancabilmente ignari del dramma che si consuma sulla scena.

Cavalcando un’onda fin troppo placida, più volte il ritmo cadenzato delle scene contorce lo stomaco, ai limiti del sopportabile. I due registi ci inducono a riflettere sull’asprezza che si nasconde dietro le facciate signorili di tanti quartieri residenziali dove tutto pare scorrere con una tranquillità fin troppo irreale. Non manca un nobile paragone con il ben più datato America Beauty la cui parabola iniziale, fatta di edulcorazioni e sconfinata bellezza americana, lasciava poco spazio al sogno e discendeva verso un vero e proprio dramma finale. Allo stesso modo Favolacce ci restituisce incessantemente la sensazione di non essersi ancora svegliati da un incubo.

Il cast, strepitoso, è continuamente avvalorato dalla direzione di un tocco registico che non scade mai nella banalità di intermezzi mitigati e viene reso magnifico dal ritratto contrito di Elio Germano che buca lo schermo con un’interpretazione difficilmente circoscrivibile in un flusso di parole.

Visti i temi e le modalità con cui li tratta, potrebbe essere un film che non piacerà a tutti, ma raramente si è visto negli ultimi tempi un prodotto così ambizioso e stratificato.

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