Assemblaggio politico – il tormento della leadership femminile

#3 WHAT (WO)MEN WANT

Vito Aliperta


Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una turbolenta questione politica. Dalle accuse dell’ex segretario Nicola Zingaretti verso il partito di cui faceva capo al ripescaggio del fantomatico “Enrico stai sereno”. Ora, senza entrare nel merito del passaggio di consegne, vorrei soffermarmi sull’ennesima occasione persa per dare un vero segnale di rinnovamento. Il Pd ha bisogno di riformare il proprio interno, di costruire un’identità forte basata su donne e uomini che alimentino una propensione verso una nuova concezione di insieme, partendo dai diritti individuali fino ad arrivare alle opportunità di tutti. Fare una nuova connessione con il territorio di cui per anni si è fatto finto portavoce provocando uno scossone irrazionale verso destra.

E invece, per l’ennesima volta sembra che l’opportunità sia stata buttata al vento. Stessa tiritera, segretario uomo e posizioni concesse per pareggiare i ruoli femminili. Per carità, il Pd non è nuovo a questo tipo di situazioni: neanche un mese fa, le proposte donne del partito per i ministeri del nuovo governo erano pari a zero. La solita narrativa resiste imperterrita garantendo le consuetudinarie rivendicazioni di uno spazio in tribuna, limitandosi a pareggiare i posti dietro le quinte. Nuove parole, stessi significati.

La questione delle “quote rosa” attraverso il riconoscimento di qualifiche, ruoli o specializzazioni parte dal presupposto della subalternità in rapporto alle concessioni di evidenti leadership maschili. Il panorama politico attuale – e non solo – viene condizionato da un correntismo radicalizzato che esaspera le scelte all’interno di un circolo vizioso estremamente al maschile. In questa prassi, il ruolo identitario femminile rischia di fossilizzarsi su mere licenze in nome di una distribuzione ponderata solo sulla carta.

La vera svolta corrisponde difatti nella ricerca autentica di un equilibrio che parta dalle più alte sfere di potere, in grado di far la differenza mediante una cultura non più paralizzata nel suo vorticoso conservatorismo ma spinta da una ventata d’aria fresca, estremamente progressista.

Le donne che lavorano in ambienti prettamente maschili – la politica su tutti – portano con sé lo strascico della fatica, consapevoli di far parte di un’ingiustizia di sistema. Allo stesso tempo però, trovo alquanto delirante un impianto normativo che garantisca la compensazione del danno di principio, ponendo la definitiva negazione del sistema meritocratico e soprattutto democratico. Il vero spartiacque consisterebbe nell’affermazione di una compatta e significativa presenza femminile ai vertici delle istituzioni e delle organizzazioni che ancora oggi sono plasmate per rispondere ad esigenze e necessità strettamente maschili.

Da domani torneremo a turarci il naso sulla questione e qualcuno sarà addirittura contento per i volti femminili che la politica – o chi per lei – avrà gentilmente concesso. Ma se le leadership sono frutto di battaglie, talvolta anche dolorose, le paralizzanti vicissitudini delle quote rosa devono, al contrario, spingerci ad ottenere di più. Uno spazio di azione più giusto, più equo, all’interno del quale donne e uomini abbiano medesimo rispetto e opportunità. Un frangente rivoluzionario in cui una persona possa valere indipendentemente dal proprio genere. E il partito che per anni si è proposto come la maggior spinta riformista del paese doveva cogliere l’occasione e porsi come un sano esempio.

A questo proposito, in riferimento alla qualità e al pregio, una domanda sorge spontanea: davvero non esiste all’interno del Pd una donna meritevole di quella leadership?

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