Io sono l’altro

#3 WHAT (WO)MEN WANT

Alessandra Scala


Nell’epoca delle canzoni poco impegnate, del maniacale bisogno di apparire belli e intelligenti, nell’epoca delle serie tv, dei mental coach, dei selfie ho preferito girare la fotocamera e guardare qualcosa di diverso da me. Quel giorno ero in giro per Lisbona e anziché focalizzarmi solo sulla città, mi sono guardata attorno e ho cominciato a fotografare. E allora mi sono accorta degli altri.

Guardandoli, osservandoli, studiandoli, rivedendomi nell’altro, ho scoperto che il tempo passa più lentamente quando ti focalizzi su qualcosa che non sei tu.

Siamo così impegnati a “spaccare” che ogni giorno c’è sempre un obiettivo da rincorrere e quando l’hai raggiunto se ne presenta subito un altro perché dobbiamo (di)mostrare quanto siamo ardimentosi.

“Se insisti e persisti, raggiungi e conquisti”, sui social almeno una volta al giorno appare questa frase con tanto di bicipite flesso in descrizione. Cosa conquisti esattamente non si sa, ma ci basta sapere che chi sta dall’altro lato sappia dei nostri traguardi anche se noi non sappiamo bene in che direzione stiamo andando. L’importante è andare, andare e ancora andare, correre.

E invece io, penso che oggi vinca chi si ferma un attimo. Vince la consapevolezza che alla fine, poi, siamo tutti uguali a prescindere dal saldo in busta paga o dai like. E allora impari a specchiarti nell’altro, a trovare te in lui e un po’ di lui in te. A capire che non c’è niente che separa te da quell’uomo che rivolge lo sguardo verso il mare perché è lì che trova pace.

Non c’è nulla che separa tuo padre da quel ragazzo che durante una pausa dal lavoro scrive a sua moglie.

Non c’è nulla che separa tuo nonno da quell’anziano signore che tutti i pomeriggi esce in compagnia del suo bastone da passeggio perché a casa si sentiva troppo solo.

E non c’è niente che separa te che abiti in un attico a Milano da chi per tetto ha il cielo.

Empatizzare e solidarizzare sono le uniche due cose che dovrebbero tornare di moda, perché ci si può nutrire e arricchire dall’altro. Gli ultimi hanno bisogno dei primi, chi cade tende la mano verso l’alt(r)o per rialzarsi e chi sta su, anziché correre avrebbe bisogno di voltarsi, fermarsi a afferrare quella mano. Avrebbe bisogno di andare contromano, perché è impossibile riuscire a intendere noi stessi senza confrontarci con l’altro.

L’identità è tale solo in relazione all’alterità.

Che poi alla fine è questo ciò che ci ha costretto a capire la situazione che stiamo ancora vivendo oggi: sentirsi parte di una collettività può essendo costretti all’isolamento, sentirsi distanti fisicamente ma uniti dalla stessa condizione, per uscirne più forti e più uniti quando tutto sarà un lontano ricordo. Sperando che la solitudine lasci il posto alla solidarietà e all’empatia, e che la corsa in solitaria si conceda qualche pausa durante la quale si faccia un po’ di strada insieme. Che da soli si va veloce, ma insieme, seppur anche più lentamente, si riesce ad andare più lontano.

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