#3 WHAT (WO)MEN WANT

EDITORIALE

La redazione


Questo editoriale è stato scritto da una donna e da un uomo. Rendere manifesta questa scelta è il punto di partenza da cui Stampo Sociale desidera partire con l’obiettivo di creare un orizzonte discorsivo inclusivo in cui uomini e donne possano trovare un terreno comune di condivisione e di confronto.

L’8 marzo non fare gli auguri perché:

  • Si tratta di una giornata di memoria, non di una festa
  • Ogni 3 giorni una donna viene assassinata per mano di un uomo
  • L’ Analisi Eurostat che tiene conto del numero di ore lavorate sulla retribuzione mensile lorda registra che in Italia la differenza in busta paga fra uomo e donna è del 23,7% (Gender pay gap)

“Un amore malato” – “Lei lo aveva lasciato e lui non si rassegnava” – “Un gesto folle”.

Il racconto dei femminicidi attraverso i mass media, per mezzo di voci per lo più di uomini, per lo più bianchi, per lo più etero, ci ricorda che ci sono cose per cui il tempo fatica a ricucire le ferite, lascia che il sangue scorra, evidentemente non solo simbolicamente. Abbiamo avuto bisogno di inventare una parola per questo, sentito l’urgenza di dare un nome a un fenomeno che ha una precisa e identificata radice sistemica nel nostro intero apparato culturale. Identificata. Suona bene, ma identificata per chi? Identificata come?

La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché.

La prima apparizione del termine risale al 1990, appena 30 anni fa. Sembrano molti, abbastanza forse perché non si abbia più l’esigenza di spiegare il significato dell’unica cosa che tenta di dare una cornice al fenomeno: una parola. Sull’ argomento in molti ancora esprimono le loro perplessità, tra chi sostiene che il linguaggio rappresenti nient’altro che una delimitazione accessoria al problema e chi crede che oggettivizzare la questione sia addirittura pretenzioso, che insomma non è necessario fare una distinzione laddove sempre di esseri umani si tratta. Eppure i giornali tuonano ogni giorno ricordandoci, a tutti e a tutte, che forse un po’ ce la siamo cercata. E’ sufficiente una parola per salvare le donne dalla violenza di genere? Ovviamente no. Ma è pur vero, nonostante gli obiettori, non solo di coscienza, che è il linguaggio a dare forma ai contenuti culturali su cui si costruiscono intere società e chiamare una cosa per nome implica la necessità di riconoscere che quella cosa esiste e persiste.

“Com’eri vestita?”- “Beh a diciott’anni non dovresti frequentare certi posti” – “Avresti potuto non provocarlo” – “Avresti potuto non rispondere a quel messaggio” – “Saresti dovuta essere più attenta”.

Sono anni che sento mamma ricordarmi di stare attenta e dire a mio fratello di non tornare tardi. Non insegnare a tua figlia a difenderti, insegna a tuo figlio a non abusare delle donne, recita un murales scritto in inglese probabilmente in una delle strade più progressiste di Londra. Sono secoli, millenni, che siamo chiamate a difenderci per il solo fatto di essere donne. Il tentativo di rendere la vittima colpevole assume le sfumature più tetre e inquietanti se calato in un contesto strutturale che fa acqua da tutte le parti.

Viviamo, oserei dire ancora, in un’ epoca che fa fatica a prendere coscienza dell’abnorme problema della violenza di genere. Quando si parla di violenza sulle donne si tende generalmente a pensare a tutti quegli atti che, perpetrati da un uomo nei confronti di una donna e sostanziati da motivi di genere, provocano danni di natura fisica sulle donne. Vero, ma non solo. Benché questo tipo di violenza sia più facilmente riconoscibile – eppure anche in quei casi i tentativi di svalorizzazione della violenza a favore della colpa ahimè non si possono contare sulle dita di una mano – tuttavia, la violenza sulle donne nella nostra società assume forme sempre più diversificate e riflette la sovra e sub struttura in cui si è sedimentato il seme del patriarcato. Attraversa le case, l’ufficio, i luoghi di pubblica amministrazione, le strade, i bar, il web, le istituzioni. Si insidia trasversalmente in tutti gli aspetti della vita privata e pubblica disegnando l’unica forma giudicata riconoscibile: la forma fallocentrica di un sistema a misura d’uomo.


“Un po’ te la sei cercata”, “Dove pensi di andare vestita così?”, “Perché non mi rispondi subito?”, “L’hai provocato”.

Il maschilismo ricorrente si è inserito e si è sempre più radicalizzato nel quadro culturale da ormai secoli interi fino ad arrivare a normalizzare i rapporti di dominio esistenti – di genere, di razza, di classe e così via. Ma l’ideologia maschilista non è solamente una pratica rozza e triviale. Spesso l’inconsapevolezza di dinamiche tanto sottili quanto violente mettono a repentaglio intere logiche paritarie.

La violenza verbale è il primo comune denominatore riconoscibile nella comunicazione che la cultura patriarcale manifesta verso le donne. Si tratta di una forma subdola, talvolta impercettibile ma sicuramente più difficile da riconoscere rispetto ai diretti effetti della violenza fisica. Ogni volta che poniamo l’attenzione sull’aspetto fisico, ogni volta che la questione viene ridicolizzata attraverso una cornice sarcastica, ogni volta che una donna subisce la nostra ironia, l’atto si compie. La dialettica utilizzata coincide con la violenza sessista e i repertori discorsivi messi in luce dall’uso comune sono questi: partiamo con il prenderne coscienza.

In questi termini, è inutile nascondersi dietro ad una retorica che non fa altro che alimentare e legittimare le differenze: non sentirsi maschilisti è l’atto provocatorio attraverso il quale il patriarcato vive. E tutto il genere maschile ne è incluso. Quotidianamente subiamo il subdolo riscontro sociale il quale presuppone la violenza di genere come una “semplice” azione di individui problematici e precari verso donne più o meno indifese, donne più o meno deboli, donne più o meno fragili. Tale visione purtroppo taglia fuori l’oppressione sistematica, verbale e non, di una società sessista che educa il genere maschile ad essere dominante nei confronti di donne viste solo ed esclusivamente in quanto soggetti deboli e passivi.

“Sei nervosa oggi?”, “Si vede che hai le tue cose”, “Da quanto non scopi?“.

Quante volte ho pronunciato frasi di questo tipo e quante volte ho creduto che la discriminazione di genere non mi riguardasse. Negare il maschilismo è una considerazione autoassolutoria da parte di noi uomini volta ad accreditarne la propria presunta innocenza. Tuttavia, le dinamiche in oggetto sono trasversali e invadono ogni singolo istante della vita quotidiana, spesso senza interrogarsi e valutarne gli effetti distorsivi: la discriminazione di genere è insita in ogni angolo dei nostri comportamenti, anche nei più insospettabili. Ma le azioni vengono influenzate dall’uso comune del linguaggio e le consuetudini dannose trovano la loro giustificazione all’interno di un impianto culturale creato a misura d’uomo e che fa della comunicazione il proprio vettore contagioso: un cambio radicale non può non partire da qua.

Da questo punto l’istanza di Stampo Sociale prende vita insistendo sulla necessità di elevare il senso critico di ognuno di noi. Il femminicidio, finalmente visibile a tutti, ci dimostra che senza una presa in carico da parte nostra di una responsabilità di genere e un senso di colpevolezza comune non sarà possibile dar vita a nessun cambiamento. Decostruiamo l’impianto rivendicativo di chi attacca sistematicamente il femminismo fingendo effimere intenzioni. Tronchiamo definitivamente il paradigma mortifero con piccole abitudini, con piccoli gesti da parte di ognuno di noi. Nessuno escluso.

Perché la violenza parte dall’idea di tolleranza, il susseguirsi di pratiche che man mano costituiscono l’ordinarietà del vivere quotidiano. Ad oggi, la tendenza non può che essere negativa. Invertiamo la rotta.

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