La spirale tossica del populismo

#2 POPULISMO DILAGANTE

Fulvio Mele


Il soggetto è un individuo comunicativo, predisposto per natura a comunicare. A tal fine, gli individui ridefiniscono continuamente il modo di guardare per entrare in sintonia con gli altri e con il mondo. Ogni volta che ci esprimiamo cerchiamo il riconoscimento di qualcuno attraverso un’idea di comune condivisione. Ogni ordine sociale è simbolicamente legittimato dal senso comune, dal cosiddetto “socialmente accettato”; Pierre Bourdieu – con una vena di pessimismo – diceva che siamo vittime dei nostri filtri culturali e compartecipiamo a quell’ordine esistente.

Tuttavia, il senso comune non è di per sé un male, rende possibili le relazioni umane e, in senso lato, la formazione di società. Il problema è la capacità di tematizzare il senso comune, farne parte ed esserne estraneo allo stesso tempo, mettere in pratica ciò che Charles Wright Mills chiamava l’immaginazione sociologica.

Al contrario, nella storia dell’umanità la tendenza egemone con cui si è fatto uso del senso comune è proprio quella del populismo. Già nell’antica Grecia si era compreso il rischio della demagogia di intaccare l’ideale discorso democratico, ma il populismo politico è l’altra faccia del populismo intersociale, del cosiddetto qualunquismo, dell’uso spicciolo del senso comune che volgarmente chiamiamo “chiacchiere da bar”, mancando anche di rispetto alle chiacchiere da bar.

Così come il populismo politico è la ricerca dell’opinione idealtipica di una maggioranza per fini elettorali, quello intersociale ricerca una facile condivisione di opinione al fine di legittimare la propria ragione, producendo così un ingenuo e consolatorio bias cognitivo. Di conseguenza, la politica rincorre il senso comune e lo legittima, il senso comune mediaticamente si cristalizza tra le idee dei soggetti che ricercano le proprie ragioni nei referenti politici, in un autodeterminismo perverso in cui uno nuoce all’altro.

La spirale tossica del populismo può spezzarsi nel momento in cui è la politica ad indirizzare i cittadini e non viceversa. Ciò non vuol dire che l’opinione del popolo non sia importante (i veri cambiamenti nella storia si sono realizzati quando la politica teneva conto delle nuove istanze poste dal socialmente accettato), ma che non sia l’unica ad indirizzare i discorsi politici e sociali. Questa non è un’affermazione antidemocratica, ma al contrario un invito ad alzare il livello della qualità metodologica della democrazia attuale: se i discorsi politici e i dibattiti pubblici sono sani la democrazia potrà alleggerirsi dal fardello del populismo.

Purtroppo oggigiorno si può solo fantasticare su questi mondi ideali, benché possibili: l’opinionismo pubblico si polarizza all’epoca dei social; grazie agli strumenti tecnologici è molto più facile comprendere i trend economici e culturali; la politica con la retorica cerca scorciatoie per guadagnare consensi, sfruttare a proprio favore il senso comune, che viene fuori con forza ad ogni nuovo argomento del giorno.

Tutto ciò esiste da sempre, sia chiaro, ma attualmente questa logica è decisamente esasperata nel momento in cui con i social è addirittura misurabile (i like, le visualizzazioni, le interazioni etc…). La qualità dell’opinione pubblica restituisce una buona immagine della capacità di libertà di espressione in una precisa epoca storica, poiché la comunicazione distorta legittima domini sociali tutt’altro che virtuosi. La rivoluzione culturale, di cui tanto ci si riempie la bocca, non può che realizzarsi attraverso una rivoluzione discorsiva, elevando la qualità del dibattito pubblico ben al di là delle polarizzazioni bene-male, giusto-sbagliato, naturale-innaturale. Per liberarsi dai vincoli della tradizione bisognerebbe trovare un modello discorsivo ideale e libero, fatto di ragione dialogica e non strumentale, di agire comunicativo, cioè quel tipo di agire sociale che ricerca l’intesa con onestà e non per trarre vantaggi esclusivamente individualistici.

Concludo con una domanda a cui non possiamo ancora dare risposta, ma che quantomeno lascia un po’ di speranza: che sia proprio l’esasperazione dell’opinionismo l’inizio di una rivoluzione discorsiva? Che sia la volontà di tutti di dire la propria la scintilla che spinga la maggioranza a riscoprire il potenziale della partecipazione politica, a promuovere la voglia di cittadinanza attiva e garantire così l’effettivo funzionamento della democrazia reale?

Il cappio del populismo si stringe forte intorno alle nostre gole,
la voce della libertà si strozza in un gemito disperato,
abbiamo bisogno di urlare con rabbia
che non faremo mai parte del nulla che avanza.

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