Sogno e son desto – la coscienza spettatrice e l’appropriazione del reale

#2 POPULISMO DILAGANTE

Fernanda Dimilta


“I mass media prima ci hanno convinto che l’immaginario fosse reale, e ora ci stanno convincendo che il reale sia immaginario.” (Umberto Eco)

La spettacolarizzazione della realtà, nell’era della digitalizzazione impetuosa che stiamo vivendo, sembra porci ogni giorno nella duplice condizione di attori e spettatori delle nostre vite, e di quelle degli altri, come ricorda il titolo di un film del 2006 di Florian Henckel Von Donnersmarck. Dunque, se è vero che lo spettacolo richieda che qualcuno lo osservi, è altrettanto importante che la visione sia frutto di un atto consapevole e cosciente su cui costruire le premesse del suo funzionamento.

Il tema della coscienza spettatrice è un aspetto dai risvolti fondamentali poiché ci obbliga a ragionare sulla distanza di natura filosofica che intercorre tra la posizione che si assume di fronte agli eventi di grande o piccola portata e alle possibilità di guardare ad essi con più o meno coscienza critica. In un momento storico in cui i social media rappresentano il veicolo massivo attraverso cui passa la maggior parte delle informazioni, porsi delle domande rappresenta una forma di tutela a cui non possiamo sottrarci. Sono consapevole di ciò che sto guardando, leggendo, ascoltando? In che posizione mi colloco rispetto a ciò per cui ogni giorno vengo esposto o sollecitato?

Lo stesso argomento ha un precedente storico di nobili natali dal momento che già Hegel, in Fenomenologia dello Spirito, ne traccia un’ interessante panoramica. Parlando di ciò che definisce con la felice espressione di “moltitudine spettatrice”, scrive:

Essa rappresenta la metà di un intero che comprende se stesso (lo spettacolo) e la sua parte (gli spettatori) in un’unità più grande: lo spettacolo vero e proprio è sia quanto avviene sulla scena, con in più il fatto che avviene per conto degli spettatori.”

Per Hegel la condizione di spettatorialità esiste solo nella misura in cui lo spettatore si rende conto di essere parte attiva dello spettacolo stesso, la “parte dialettica di uno Spirito che è tanto sostanza che soggetto”. Sullo stesso tema si interrogherà parecchi anni dopo il sociologo e filosofo Guy-Ernest Debord per il quale lo spettacolo è la forma di dominio del sistema capitalista, il cui successo è garantito dalla condizione di passività e di alienazione dello spettatore.

Si vengono a creare due strategie di mediazione con la forma spettacolare: la prima, quella messa in atto da Debord, che consiste nel liberare lo spettatore da questa condizione di passività di modo da creare una nuova soggettività psicologica e politica per ribellarsi al dominio esercitato dallo spettacolo, la seconda, quella di ascendenza hegeliana, riguarda la presa di coscienza del fatto che lo spettacolo non è soltanto un sistema di dominio, ma un movimento iperculturale in cui gli spettatori rappresentano la causa e il contenuto del sistema che li domina. Lo spettatore non è soltanto colui a cui è rivolto lo spettacolo, ma è colui grazie al quale lo spettacolo si compie.

Il dibattito sulla pervasività dello spettacolo in seno alla nostra società si fa stringente alla luce dei fatti di cronaca che hanno interessato la pagina nera dell’anno 2020 e che hanno inaugurato con precisione clinica la prima decade del 2021. Più di qualcuno si è chiesto se le immagini passate dalle reti nazionali e internazionali su quanto si consumava a Capitol Hill lo scorso 6 gennaio fossero realmente accadute. La gravità di un attacco così efferato al cuore della democrazia americana non è suscettibile ad alcun dubbio, ma tuttavia colpisce la portata scenica con cui gli eventi si sono susseguiti, atto dopo atto, come se da un momento all’altro potesse calare il sipario.

Oltre ai cimeli di evidente rappresentatività con cui i seguaci di Jake Angeli, Lo Sciamano di Capitol Hill, si sono resi evidentemente riconoscibili, a colpire è stata la spettacolarizzazione iperbolica dei fatti e dei loro personaggi. La valanga di immagini che ha attraversato la rete nelle ore successive all’attacco ha reso iconici più che la cronaca i suoi personaggi. Tutt’ora se penso alla vicenda ho in mente le foto di Angeli col suo cappuccio di pelliccia mentre simula un grottesco ruggito e ancora mi domando “ciò che ho visto è reale?

La permeabilità degli spazi, in particolare le piattaforme social, in cui politica, tempo libero, gioco, violenza si mischiano in un gigantesco melting pot rischia di rendere drammaticamente impercettibile il confine che separa la realtà dall’immaginazione e di non saper distinguere dove finisce lo show e comincia la storia con la conseguenza di fare dello spettacolo non una mera condizione con cui misurarsi o da cui prendere le distanze, ma la forma compiuta della realtà, l’essenza di una “cittadinanza spettacolarizzata”.

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