Ban democratico

#2 POPULISMO DILAGANTE

Gian Maria Duprè


Donald Trump nella battaglia elettorale che lo vedeva in opposizione alla candidata democratica Hillary Clinton, è stato un assoluto protagonista sui social. Portando dalla sua l’America più nazionalista e risvegliando quel senso di religione civile che è sempre appartenuto agli statunitensi, è riuscito a trasformare questi sentimenti in odio verso lo straniero rivelatosi un abile sfruttatore del malcontento americano. Se Trump è stato il quarantacinquesimo presidente americano è anche grazie all’abile strategia comunicativa in chiave consensuale attuata durante la propaganda elettorale volta a consolidare la sua permanenza alla Casa Bianca: è stato uno dei primi rappresentati di governo al mondo a usare piattaforme private, ma di dominio pubblico, come mezzo di comunicazione ufficiale, ribaltando un po’ quelle che erano i vecchi canali di comunicazione istituzionali. C’è da dire però che non è mai stato roseo il rapporto fra Donald Trump e i social network, tant’è che più di una volta sono stati rimossi dei tweet e dei post dalle varie piattaforme digitali utilizzate.

Il non plus ultra delle azioni restrittive da parte dei social network nei confronti del presidente uscente è avvenuto in questi giorni in seguito all’assalto di Capitol Hill: prima Twitter, poi Facebook e Instagram hanno deciso di bannare e quindi censurare (a tempo indeterminato e non) il profilo ufficiale di Trump, in quanto accusato di incitazione alla rivolta sui social.

Partiamo dal presupposto che la censura, prima che un limite di accesso all’informazione, è una forma di controllo sociale: si tratta di un’azione coercitiva che ha come fine l’esercitare un controllo a stampo autoritario nei confronti, in questo caso, di idee e opinioni.

Posto inoltre che la definizione letterale di democrazia, dal greco antico δῆμος, démos, «popolo» e κράτος, krátos, «potere» non è esattamente riscontrabile nell’applicazione che questa forma di governo ha nella realtà attuale (infatti quello che può fare il popolo è chiedere ai governi di governare nel miglior modo possibile), ci troviamo dinanzi a un punto cruciale: la censura effettuata da parte di un colosso privato dell’informazione come Twitter ad esempio, può risultare un’azione antidemocratica?

La libertà di manifestazione del pensiero è uno dei capisaldi democratici in quanto diritto fondamentale: dove viene meno quest’ultimo, viene meno la democrazia. Attualmente siamo ancora lontani dalla piena e veritiera applicazione di questo diritto e, a livello globale, non sono pochi i governi in cui ancora oggi perseguitano chiunque sia sospetto di poter divulgare informazioni non convenzionali. In Europa, come negli Stati Uniti, la libertà di pensiero e di espressione è un diritto costituzionale ed è quindi compito dei vari governi e istituzioni garantirne l’applicazione.

Ritengo importante soffermarci sul fatto che il CEO di una piattaforma digitale sia in grado di censurare direttamente il presidente degli Stati Uniti. Ci troviamo di fronte a un fenomeno epocale dove le Big Tech hanno acquisito un potere tale da poter controllare, anche direttamente, le istituzioni, in quanto sono diventate veicolo di informazione istituzionale e di propaganda elettorale. La comunicazione, che si trova ormai quasi esclusivamente all’interno di uno spazio virtuale gestito da un’oligarchia digitale privata, rischia di essere totalmente veicolata in base alle opinioni o convenienze politico-economiche di chi gestisce queste piattaforme.

Il politicamente corretto gioca un ruolo cruciale nella definizione di cosa è convenzionale e cosa non lo è, può risultare una tutela, come un limite. Può essere nessuna delle due, come entrambe.

Oggi è Trump, domani non si sa.

Concludo la mia riflessione con una citazione di Maria Elena Gottarelli: “In un mondo sempre più multiculturale in cui le metropoli diventano dei crogioli di minoranze ed etnie, ha senso domandarsi se sia il caso di rivedere la libertà di espressione ponendole dei confini più rigidi che favoriscano il reciproco rispetto e la convivenza pacifica. Ogni eventuale scelta, però, porta con sé una rinuncia, e quella che alcuni chiamano ‘la dittatura del politicamente corretto’ sta mettendo in seria difficoltà la libertà (o presunta tale) di scrittori, giornalisti e artisti di esprimersi su temi controversi.”

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