#2 POPULISMO DILAGANTE

EDITORIALE

La Redazione


L’informazione ai tempi del Covid struttura un dibattito pubblico condizionato dalla necessità di fare notizia attraverso la massimizzazione della visibilità e la ricerca dell’intrattenimento per non far perdere attrattività al contenuto. Ne consegue una narrazione che soddisfi chi ne fruisce, cioè lo spettatore, mediante un ritmo incalzante tipico del più compulsivo binge watching. Ciò è successo grazie ai media e in particolare alla televisione che ha trasformato tutto in spettacolo, cambiandone la valutazione e il punto di vista di chi assiste. 

Il fenomeno che si scorge da questo punto di vista è l’inevitabile perdita di importanza delle “competenze”. Il paradosso nasce dal momento in cui la rigidità della scienza risulta necessaria e inevitabile ma allo stesso tempo la sbornia qualunquista ne prende il sopravvento. Il populismo dilagante si presenta come un’arma a doppio taglio: la possibilità di dar voce a tutti rischia di influenzare le vite di ognuno facendo passare in secondo piano il rigore scientifico. Non solo, il protagonismo assoluto di determinati personaggi – immunologi e virologi su tutti – ha abbassato ancor di più il valore delle abilità nel momento esatto in cui i loro commenti hanno invaso ogni spazio pubblico e comunicativo, perfino con i propri giudizi di valore politico sull’operato del governo. Le loro specifiche professionalità si sono appiattite in vista di una più ampia e fruibile etichetta: il “tuttologo”. La banalità e il semplicismo che dominano le retoriche televisive si sono tradotte in linfa vitale per la scena del conflitto in nome di un racconto continuo e necessario rivolto al grande pubblico. 

La caduta delle competenze è la cartina tornasole del momento storico italiano. Politici, economisti, scienziati si sono trasformati in personaggi televisivi e una volta diventati tali, sono stati chiamati a trattare il tutto e il contrario di tutto: l’entertainment che supera l’information. Ciò è avvenuto in maniera duratura e impercettibile, trasformando l’esperto settoriale in un esperto e basta, capace di condizionare e influenzare il proprio “pubblico” in base alla visibilità ottenuta e non alla specifica competenza offerta. Una volta galvanizzati dalla legittimità televisiva e popolare, il qualunquismo eccede il ruolo tecnico, spesso divagando attraverso toni paternalistici e rassicuranti di cui il popolo può finalmente fidarsi. È la vittoria della pancia, dell’istinto a discapito della razionalità pensante. E d’altro canto, in uno scenario del genere, l’importante è ottenere consensi e per farlo basta giocare all’interno di un contesto in cui non è richiesta alcuna competenza né tanto meno una vera e propria soluzione. Il gioco è semplice: trovare la lacuna, puntare il dito e mobilitare le masse alzando la voce, insinuandosi tra le paure e le insicurezze della gente.

Banalizzare lo scontro attraverso la continua ricerca dei retroscena significa ridurre il tutto ad un semplice parere, sgretolando i confini del concetto stesso di competenza. Il progressivo fallimento della credibilità della politica si rivolge alla perdita di autorevolezza del sapere e di autorità riconosciuta al di sopra della mera opinione. Il populismo straripante si nutre della soap opera televisiva che garantisce la possibilità di raccontare e sbugiardare ma allo stesso tempo colpisce l’immaginario collettivo: il mix di accuse, insulti, politica e trash conquista la realtà italiana ora più che mai a causa di un generalizzato crollo di attendibilità. Questa ipotetica disfatta delle barriere tra competenti e autorità a causa dell’impatto dei media rischia di non esser più arginato. Un fenomeno che ingloba la politica ma va anche oltre colpendo le menti e i senti-menti degli individui al punto da incitarne le masse. 

Con questa critica, non vogliamo assolutamente generalizzare sul qualunquismo parlando di ogni spazio che transita nei vari media elettronici. In alcuni casi, i saperi di molti si riversano in funzione di una riflessione costruttiva e approfondita in nome di un benessere comune. Il problema nasce quando il pubblico risulta limitato e la maggioranza preferisce crogiolarsi nelle effimere illusioni populiste. La demagogia che ne consegue è l’ombra della democrazia: è un parassita che cresce e continua a farlo annidandosi all’interno delle viscere dell’organismo che lo “ospita”. Esso si fonda sullo stesso principio di legittimazione estremizzando e reinterpretando il concetto di sovranità popolare che va a sua volta a colmare il gap lasciato dalla politica negli ultimi anni. Una classe politica che non riesce più ad individuare i bisogni dei propri cittadini, una politica distante ed elitaria che, accompagnata dal calo della propria autorità e credibilità, giustifica un movimento distante anni luce dalla professione e dall’arte di vivere per la politica. Allo stesso tempo, risulta riduttivo colpevolizzare gli scontenti, gli esclusi che si identificano nell’anticamera della democrazia: la colpa è di coloro che non riescono a rappresentarli non di chi non si sente rappresentato. 

In questi termini, la buona politica dovrebbe ripartire da una situazione critica che sempre più spesso viene messa in luce dalle diseguaglianze che invadono il territorio. Uno Stato Sociale a cui reclamiamo l’esigenza di riacquistare la propria autorità, il proprio ruolo, avvicinandosi ai propri cittadini in modo da non lasciare nessuno indietro, in modo che nessuno resti in mezzo ad una strada.

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