Diritti umani – Conditio sine qua non

EXTRA

La redazione


Gli ultimi dibattiti sui diritti umani si caratterizzano per un campo estremamente eterogeneo di narrazioni, spesso semplificate ma soprattutto strumentalizzate da chi ha l’obiettivo di influenzare l’opinione pubblica. Tuttavia, i recenti studi tendono ad enfatizzare l’eventuale distanza tra teoria e pratica, tra premesse universalistiche e una parziale realizzazione effettiva: il criterio assoluto si è da sempre scontrato con una lettura particolaristica riesumando limiti strutturali a livello locale in termini di piena effettività. Se da un lato, la teoria egualitaria attraverso la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) preconfigura che tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti, dall’altro nella prassi quotidiana assistiamo sempre più a violazioni di tale principio. Il linguaggio universalistico dei diritti coincide dunque ad un particolarismo sotteso in termini di attuazione e tutela: tale teoria viene messa in luce fin dall’epoca della redazione della Dichiarazione stessa. La critica inoltre, ha messo in risalto un pluralismo culturale che non determina una visione d’insieme da un punto di vista normativo, partendo in primo luogo dalle diverse letture della soggettività.

Una nuova chiave di lettura risalta nella potenzialità dell’universalizzazione, non tanto nella ricerca del fondamento – ormai più e più volte teorizzato – ma piuttosto nel riconoscerne la validità universale. Ciò presuppone un impianto teorico più storicizzato e sicuramente meno legalistico della questione sui diritti umani e non rende inconciliabili diritti e cultura. L’obiettivo moderno deve enfatizzare le differenziazioni sia da un punto di vista teorico partendo dalle considerazioni differenti dei valori di quella particolare realtà sia da un punto di vista normativo, tenendo in considerazione l’importanza della sovranità nazionale nel tutelare tali diritti. Incentrandosi su queste differenze, l’asse pratico dovrà procedere verso una vera e propria garanzia e tutela, in un’ottica di universalismo contestuale.

“L’umanità” che ne concerne deve essere “relativizzata” nei vari contesti partendo dalla costitutiva fragilità e vulnerabilità che caratterizza l’essere umano: “ognuno può essere o diventare straniero, essere o diventare parte di una minoranza oppressa o discriminata, essere o ritrovarsi menomato o con una disabilità, deprivato di alcuni diritti essenziali”. Tale bisogno si lega alla concezione di Hersch di “dignità umana” e cioè in relazione al fatto che ad ogni individuo va garantito “il diritto di essere uomo”, in quanto definizione naturale transtorica e transculturale: una base empirica di libertà esistenziale che non trascende le differenze culturali e storiche e soprattutto si identifica al di sopra di ogni tradizione giuridica. Essere uomo non è pertanto un dato di natura ma riconfigura l’insistente esigenza di essere liberi e appartenere alla “natura umana”. Una nuova pretesa universalizzante parte dalla necessità di conciliare l’uomo in quanto essere libero e l’individuo non più astratto ma situato storicamente, socialmente e culturalmente all’interno di una determinata realtà. La richiesta “umana” di tale rivendicazione sta di fatto in una istanza che parte dal basso, sottintendendo le vicissitudini ideologiche che caratterizzano il territorio ma definendo un comune denominatore che comprenda umanità e libertà.

Tale libertà è insita nel riconoscimento soggettivo incentrato alla volontà di essere, alla libertà di agire in relazione ad un altro essere umano: si tratta di una libertà esistenziale che riempie il vuoto circoscritto dalla libertà politica. Da questi presupposti teorici, le contingenze storiche e le differenze culturali non sono dei limiti alla praticità e la loro effettività ma si pongono come risposta al problema: risollevare la questione partendo dal particolarismo culturale ci permette di non escludere determinate categorie di persone dalla possibilità di rivendicare la propria libertà. Il passaggio dall’intangibilità astratta del fondamento alla necessità di un universalismo contestuale rivendica dunque una praticità effettiva, soffermandosi sul binomio garanzia sovranazionale/protezione locale. Il passaggio non presuppone né una giustificazione morale né un chiarimento ontologico dell’essere: tale strategia, oltre ad assegnare una posizione di rilevanza empirica alla condizione umana in riferimento alla propria dignità, si sofferma sulla garanzia di una logica di non-dominio riscattando contestualmente le situazioni di sofferenza, vulnerabilità e oppressione.

Un’intesa sul concetto di libertà in sensi egualitari ci permette di considerare i differenti casi di coercizione e di assoggettamento dei soggetti fragili radicata in condizioni e strutture specifiche. Una formula che, attraverso la generalizzazione della vulnerabilità come condizione umana, ne definisce il concretizzarsi in forme particolaristiche ma che converte verso l’universale eliminazione. Una prospettiva emancipativa che innalza la precarietà umana verso un unico e costante obiettivo: la realizzazione dei diritti umani.

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