Covid-19, gli invisibili della Pandemia

#1 IL VASO DI PANDORA

Fernanda Dimilta


Society, you’re a crazy breed, I hope you’re not lonely without me.

L’anno 2020 passerà certamente al vaglio dei grandi storici che dovranno occuparsi di definire le macro e le microstorie di un anno memorabile. Si parlerà del protagonista assoluto, il Covid-19, delle grandi e gloriose opere di risanamento intraprese dai governi più o meno illuminati, dello sforzo civico (per molti eroico) nel ridefinire il nostro intero tessuto sociale e relazionale, grandi foto di città deserte popoleranno le pagine dei manuali, probabilmente degli e-book, non più disposti sugli scaffali delle biblioteche e delle librerie, almeno non per come le conosciamo oggi.

Si parlerà di questo e di molte altre cose. Ma ciò di cui probabilmente non si parlerà è l’abisso spaventosamente profondo in cui a fatica galleggiano circa 50 mila senzatetto, senza fissa dimora, senza, oserei dire, nome e cognome. I grandi dimenticati del Paese, della Società, della Storia da mesi lottano ogni giorno per la vita, trascinando i loro corpi stanchi sulla strada, unico porto sicuro in cui abbandonarsi alla sorte. Ad una situazione già di per sé drammatica, in cui la violenza e la totale mancanza di una rete sociale inclusiva che possa tutelare la salute di queste persone si fa consistente, si aggiunge il COVID-19, l’ultimo enorme calcio alla pancia di Italia, d’Europa, del mondo intero.

Come riporta il Sole 24 Ore: “Durante la pandemia i media si sono ricordati improvvisamente dei senzatetto. Ci siamo resi conto che #iorestoacasa non poteva valere per tutti”.

E’ emerso con forza e violenza un problema, sempre subdolamente taciuto, strutturale e sociale di un’intero sistema giuridico e legislativo che non tutela una parte consistente dei propri cittadini. Gli ultimi saranno i primi, o forse gli ultimi saranno dimenticati?

Sempre il Sole 24 ore riporta un brillante contributo sul tema: “La domanda che dobbiamo iniziare a porci seriamente a livello di sistema paese – dentro e fuori dal COVID – è come proteggere i senzatetto, non come proteggerci dai senzatetto. Come fare in modo che anche i giovani senza casa possano usufruire di una rete sociale positiva.”

Una rete sociale positiva presuppone immancabilmente che ci sia una mappatura sul territorio delle persone che vertono in condizioni esistenziali drammatiche e che debba, in maniera capillare, garantire le cure sanitarie a chi a casa non può tornarci, figuriamoci restare. Le molte associazioni e cooperative impegnate su questo fronte, una tra le altre Medici dei Diritti Umani, non bastano a risolvere un problema che è profondamente intricato nelle trame del nostro tessuto sociale. Gli episodi di violenza sono sempre più frequenti e il numero dei giovani senzatetto sta aumentando in maniera spropositata con il dilagare di episodi di abuso sessuale e di sostanze stupefacenti di cui sfugge il totale controllo.

Voltaire una volta scrisse: “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la Condizione delle sue carceri”.

Mi piacerebbe che oggi si pensasse anche alla condizione delle sue strade.

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