Fare del digital virtù

#1 IL VASO DI PANDORA

Fulvio Mele


Il mondo sta cambiando. Cambia continuamente, cambia da sempre. Così in questo “triste e mesto” 2020, il Coronavirus non ha fatto altro che entrare nelle dinamiche globali ed esistere con esse, spesso accelerando processi sociali ed economici già in atto. Il problema del come incanalare al meglio questi processi, diventa nella crisi attuale un’esigenza da tematizzare. Innanzitutto, oltre criticarne gli effetti perversi, c’è da concentrarsi sulle potenzialità della trasformazione digitale, che può essere sfruttata come palliativo (come in ambito scolastico) ma anche come soluzione (come nel mondo del lavoro).

Prendiamo ad esempio lo smartworking. Le aziende più visionarie fanno un vanto l’aver istituito piani di lavoro da casa già prima della pandemia, ed è un vanto perché effettivamente ciò dimostra che quell’azienda adottava una politica attenta al benessere del lavoratore prima che diventasse mainstream. Causa Covid, sono 6 milioni gli italiani che attualmente lo stanno sperimentando. E’ talmente ovvio che il luogo di lavoro sia necessario, Gramsci direbbe che è lo spazio in cui si può dar vita ad una prassi rivoluzionaria. Ha poco senso dunque temere la sua fine e criticare a spada tratta lo smartworking, senza riconoscere gli evidenti benefici di un sistema misto.

“La Repubblica” in un articolo elogiativo su Ing Italy, sotto forma di intervista al “country manager” Alessio Miranda (sì “country”) scrive: “Lo smartworking era già nei piani di Ing prima del lockdown. Una scelta dettata dalla convinzione del management che un buon equilibrio tra vita privata e vita professionale possa aiutare l’azienda anche in termini di efficacia e produttività. Ed è proprio questo il salto culturale che in molti casi deve essere ancora fatto dalle aziende”. L’articolo continua con l’omaggiare, giustamente, una serie di policy aziendali interne per empatizzare con il lavoratore e tutelare il suo stato psico-fisico.

Ma il punto è che ci si sofferma esclusivamente sulla richiesta alle aziende di compiere tale “rivoluzione culturale” piuttosto che sollecitare per una riforma del lavoro reale. La rivoluzione culturale va realizzata attraverso un cambio di paradigma che riconosca che non ci può essere benessere dell’organizzazione senza benessere del lavoratore, che non ci può essere innovazione senza creatività, che non ci può essere dignità senza libertà di espressione. La trasformazione digitale è una risorsa preziosa in questa direzione.

Secondo il rapporto di Deloitte, sul futuro della salute, la digitalizzazione potrà colmare il gap tra domanda e offerta di servizi sanitari, sebbene i progressi siano lenti. Ormai, ogni campo dell’agire umano è investito dalle nuove logiche del digitale, piaccia o meno andrà accettato per poterne risolvere le contraddizioni. A tal proposito, una tendenza accentuata dal Coronavirus è la nauseante polarizzazione del dibattito pubblico su ogni questione, cancellandone ogni zona grigia e ogni possibile sfumatura. I discorsi oscillano tra un ottimismo forzato e un pessimismo esasperato. Intanto, la narrazione dell’ “Andrà tutto bene” perde qualsiasi valore se non sorretta da un periodo ipotetico: “Andrà tutto bene se…”.

Dunque, piuttosto che criticare la dematerializzazione dei rapporti interpersonali con un post su Facebook, si inizi a mettere in discussione della società globale hi tech proprio le soluzioni fast, quei riduzionismi che vengono smerciati per combattere ansie e paure, ma che in realtà non fanno altro che alimentarle, minando così l’immensa capacità umana di interpretare le informazioni e progredire.



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