Questo è Beat: amare la vita fino a consumarla

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Fiammetta Tesi


1943, Columbia University, New York. Il rigido silenzio del college viene interrotto a un tratto da un festoso fragore musicale: è la 5° Danza Ungherese di Brahms, la celebre. Allen (Allen Ginsberg), occhiali inforcati e collo ricurvo sui manuali classici, non può fare a meno di sentire la melodia e ne viene irrimediabilmente richiamato. Quella musica non rappresenta solo uno spartito cui si dà voce: è un segno di ribellione, di evasione dalle regole imposte. Curioso di conoscerne la provenienza, si lancia per i corridoi per inseguirne il suono, che a mano a mano si fa più nitido. Ancora non lo sa, ma in quel momento sta per compiere, forse, il passo più importante della sua vita. Ad aspettarlo, vittorioso per il suo gesto ribelle, c’è Lucien Carr. È l’inizio della storia, l’esordio della Beat Generation.

Mancanza di inibizioni, libera associazione di idee, rifiuto della rigidità accademica sono tra i valori fondanti di un movimento che, seppur nato tra le mura di un severo college newyorkese, inneggia a una radicale rottura da questa realtà, che inizia a stare stretta. Ecco, dunque, che il senso di ribellione richiama sempre più menti: oltre ai già citati Ginsberg e Carr, figure come Jack Kerouac, William S. Borroughs, Neal Cassady e molti altri si uniscono a catena. Indossano l’uniforme, portano i capelli sistemati con la brillantina, discutono di autori classici; ma in realtà celano una vita dissoluta, ribelle, ricca di spiritualità (molti aderiscono al Buddismo), e alla ricerca di evasione anche, e non solo, tramite l’uso di alcol e droghe.

Vi è però anche un importante contributo femminile, spesso passato in sordina. Scomparsa qualche giorno fa, Diane di Prima con il poema epico “Loba” ha introdotto un nuovo e visionario modo di trattare il femminismo, e con lei l’italiana Fernanda Pivano. Sì, perché per quanto l’idea di Beat ci rimandi oltreoceano, non va di certo tralasciato il contributo di “Nanda” non solo nella scrittura, ma anche e soprattutto per il suo ruolo cruciale di traduttrice delle opere dei colleghi, che ne ha permesso la diffusione nel nostro paese. È la stessa Pivano, in una nota introduttiva a “On the road”, a descriverli come una “dilagante massa di ragazzi reticenti e scontrosi, tristi e freddi, avidi d’affetto e in perpetua ricerca di una ragione d’essere”, anime molto diverse tra loro, e tuttavia accomunate dal candore.

Il primo a parlare di Beat è Kerouac stesso. Egli afferma: “La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”; e la sua è una finalità ben precisa: presentarne i componenti come un gruppo di individui che se ne sta in disparte, agli angoli della società. Ma è proprio da quel punto d’ombra che cerca di svegliare la gioventù dormiente. Non è corretto tradurre “Beat” con il suo significato corrente, ovvero con il participio passato “abbattuto, stanco”. Al contrario, il movimento è vivo, acceso, pronto a far sentire la sua voce da ogni parte del globo. La giusta definizione ha una matrice musicale: “to beat” significa “battere il tempo”; e dunque ecco l’idea di pulsazione, di scorrere ritmato di pensieri che non obbediscono più all’ordine imposto dalla metrica. Ciò non deve stupire se si pensa alla forte influenza che il movimento riceve dalle note sincopate del bebop di Charlie Parker, e dal virtuosismo jazz in generale. Ma “beat” sembra derivare anche da “beatitude”: quel misticismo, quel senso di appagamento dei sensi che solo l’evasione dal reale e la libertà frenetica di espressione regalano.

Se molti vedono in “On the road” di Jack Kerouac il manifesto del movimento Beat, trovo tuttavia che sia da ritrovare in “Howl and other poems” di Allen Ginsberg (in italiano “Urlo & Kaddish”) la fedele descrizione di quelle “menti della mia generazione” vittime degli sconvolgimenti politici e in cerca di una identità smarrita. Eppure, l’opera, scritta in un periodo di emergenza, fu inizialmente descritta come uno sparo nel buio: molti non se ne accorsero. Non si era preparati a quell’urlo che cercava di imporre la sua presenza, a quella violenta presa di coscienza. Ma lo scenario era destinato presto a cambiare. Non era New York la metropoli adatta ad accogliere questo nuovo fermento giovanile, bensì una San Francisco che, in quegli anni, andava caratterizzandosi come la nuova capitale letteraria d’America, e in particolare, come la culla del movimento beat. Era il “San Francisco Renaissance”: polo culturale in cui affluivano ogni giorno artisti di ogni tipo, giovani entusiasti e a caccia dell’ispirazione, o semplicemente attratti da quella vita “facile” che lì si prospettava. Questo era il pubblico di Allen Ginsberg. E su queste strade irte, tutte salita e discesa, si avventuravano per seguire i suoi comizi, che fossero un dibattito sulla guerra in Vietnam, che si stava consumando in quegli anni, o un suo reading poetico. Si denuncia il sistema capitalistico americano e ci si rivolge a una “altra” America, quella emarginata, dei bassifondi. Si proclama il pacifismo, si infrangono i modelli, si gettano le basi per i futuri movimenti giovanili, prima di Berkeley (1964), poi in Europa (1968).

Immergendosi oggi nel mare di cultura beat, viene quindi da domandarsi quale sarebbe stato il destino di questa cultura del dissenso se figure come Allen Ginsberg o Jack Kerouac avessero pubblicato 50 anni dopo. Che eco avrebbero avuto tra i giovani? Sarebbe stato compreso il loro linguaggio? Li avrebbe risvegliati? Oppure si sarebbe scontrato con una realtà di indifferenti, impassibili – e passivi – di fronte a un mondo che cambia?

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