#1 IL VASO DI PANDORA

EDITORIALE

La Redazione


E’ il 24 ottobre. Il nuovo ed ennesimo Dpcm viene pubblicato per annunciare le disposizioni anticovid per le settimane a seguire. E’ una sorta di risveglio (tardivo) con conseguente shock: cresce la preoccupazione e l’ansia per l’aumento dei contagi, la maggioranza si frammenta per cercare di rattoppare i danni – tanto esclamati e presagiti quanto sottovalutati -, l’opposizione continua il suo ferreo contrasto approfittando di tali mancanze. La vita quotidiana è nuovamente stravolta. La tensione generalizzata non fa più riferimento ad una “semplice” emergenza sanitaria ma riguarda la più concreta e invasiva aggressione verso ogni spazio della nostra vita, dalla sfera educativa a quella lavorativa.

Il malessere generale riguarda principalmente una sensazione che via via prende spazio, ovvero la sensazione di aver sprecato risorse e soprattutto tempo. Nel corso della prima ondata – della quale saràveramente difficile dimenticarsi – l’emergenza si identificava in particolar modo nella paura, nel terrore, nella disperata richiesta di non essere travolti dall’emergenza medica. In questa seconda ondata la rassicurante retorica paternalistica che lo Stato ha assunto si è rapidamente riversata contro se stessa. Ma non si tratta della sola e semplice ansia da prestazione comunicativa: la culla dell’illusione ha coinvolto tutti, dalle istituzioni ai cittadini, invasi dal “siamo un esempio di come abbiamo affrontato il virus”. Il risveglio purtroppo è stato brusco come per chi evidentemente non era pronto ad affrontare tutto di nuovo. E questa seconda emergenza ha spaccato l’unità nazionale che tanto si era compiaciuta di se stessa qualche mese fa.

Il vaso di Pandora ha messo in luce evidenti problemi strutturali che il paese per diversi anni ha cercato di nascondere. La pandemia ha focalizzato le varie criticità che lo Stato ha relegato agli ultimi posti dell’agenda politica in funzione di una narrazione sempre più volta a ridisegnare la formazione governativa ed ottenere consensi piuttosto che determinare il benessere collettivo. Abbiamo assistito ad una maggioranza di governo frammentata, in bilico, crogiolarsi nella visione di una politica-modello del mondo occidentale. Abbiamo assistito ad un’opposizione sempre più forte, sempre più unita, scagliarsi contro le mancanze altrui attraverso una mera strumentalizzazione propagandistica. Anche in questo caso la classe politica non è riuscita a fare fronte comune nel tentativo di risolvere l’emergenza perché è sempre più importante proclamare vinti e vincitori.

Il virus in questa seconda ondata sta coinvolgendo anche le regioni del Sud e le differenze strutturali emergono più che mai. Il caso campano ne è l’esempio: da un lato le forze di maggioranza che sperano e annunciano di chiudere tutto senza interrogarsi sull’eventualità di errori amministrativi fatti in passato, dall’altro un popolo che non ce la fa, un popolo che ora più che mai vive sull’orlo della disperazione. L’elemento irascibile che prevale sulla razionalità, l’istinto che supera la ragione. Tutto questo poteva e doveva assicurare una gestione meno imprudente e improvvisata. Invece sono stati sottovalutati gli esperti, i piani di prevenzione, le lamentele e le proteste, sono riaffiorate le lungaggini burocratiche che ciclicamente accompagnano la nostra storia – come il caso della cassa integrazione -, i tagli alla sanità, un’istruzione che passa da vittima sacrificabile a pedina fondamentale ma che non risulta mai essere una priorità. Il momento, nella sua intera drammaticità, mette a nudo le evidenti difficoltà del paese e soprattutto la mancanza di un progetto coordinato e lungimirante che negli anni ha visto l’inesorabile incombenza di errori e egoismi politici, economici e sociali: il particolarismo degli interessi ha preceduto un determinato e preoccupante degrado professionale e morale.

Allo stesso tempo, in un’ottica estremamente positiva, è stato un bene che il vaso di Pandora si sia finalmente aperto e abbia fatto vedere a tutti tali problemi: le opportunità non mancano e l’evoluzione della società si è sempre caratterizzata da shock, tra i quali una pandemia mondiale. Gli effetti particolarmente distruttivi sul piano socio-economico possono dar vita ad un circolo virtuoso dettato dal mantra della “ripartenza”. La crisi non deve essere semplicemente accantonata come uno scampato pericolo ma deve essere necessariamente sfruttata in funzione di una vasta gamma di opportunità, soprattutto sociali. E gli esempi, già adesso, non mancano. La didattica a distanza, non più resa solo ed esclusivamente unico metodo necessario, va intesa come un’alternativa in modo da co-esistere con la didattica in presenza per allargare a dismisura il diritto all’istruzione: soprattutto per le tanto dimenticate Università. La svolta tecnologica deve risultare necessaria per garantire una potenziale formazione a tutti. Oppure il famoso smart working che solo a fronte dell’emergenza ne abbiamo sentito parlare ma che in realtà può portare benefici che sono stati per troppo tempo trascurati: oltre a scardinare gli schemi rigidi imposti da una sfera lavorativa particolarmente omologante, l’aumento di autonomia e libertà del lavoratore vanno di pari passo con un maggiore grado di benessere individuale e, conseguentemente, collettivo. Ma le opportunità di rilancio non mancano nemmeno se proviamo ad immaginarci un futuro, al di là dell’emergenza quotidiana. Potrebbe essere finalmente arrivata l’occasione di inserire un piano ecologico e sostenibile in funzione di un’ottica di sviluppo umano ben più ampia e costruttiva. Potrebbe essere il momento di uno sviluppo della digitalizzazione, l’occasione di abbattere i muri delle diseguaglianze economiche attraverso un forte impatto tecnologico. Potremmo finalmente investire sulla sanità, sulla ricerca, sull’istruzione: questo è il momento di credere e sviluppare le potenzialità infinite di una fase di stallo come quella in cui ci troviamo.

E infine, noi di Stampo Sociale ci permettiamo di rivendicare un’ultima e fondamentale chiave di svolta: i giovani devono essere al centro del progetto perché, mai come adesso, i giovani sono sinonimo di futuro.

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