Capitalismo e libertà – le regole del gioco

L’altra sera pioveva. Una di quelle piogge bolognesi di inizio autunno che ti fanno già pensare al prossimo inverno e a quanto sarà freddo. La scelta ovvia in una serata del genere per me è stata film su Netflix, divano, vino e cena ordinata su just Eat come immagino quella di tanti altri miei coetanei, più o meno studenti, più o meno fuori sede con poca voglia di cucinare di domenica sera.


Ecco dove comincia anche la serata di tanti riders: è il loro mestiere e per tanti significa più che arrotondare la paghetta da studente, anzi a volte è l’unico modo in cui tante persone riescono a sostenere le loro famiglie, specie immigrati irregolari che lo stato si ostina a criminalizzare e che non troverebbero un altro lavoro, a meno che non accettino di venir sottoposti a sfruttamenti da terzo mondo. Quella sera ho ordinato più per capriccio che per necessità, fermandomi più sulla scelta della salsa da mettere nel panino che sul destino della persona che avrebbe attraversato Bologna sotto la pioggia per il mio ordine.


Quando è che la nostra società ha iniziato a farci accettare fenomeni del genere come normali? Quando abbiamo deciso, sull’altare della comodità , che fosse accettabile per una persona lavorare in condizioni così dure per un compenso così basso?Mentre mi pongo queste domande rifletto che è così che funziona la new economy, esattamente come altri servizi di gig economy, sei tu a scegliere quando e quanto lavorare.

Tecnicamente l’incrocio perfetto tra capitalismo e libertà. Quando inizio a fare questi ragionamenti capisco che devo smettere di fumare per un po’ o raddoppiare la posta facendomene un altra, nel frattempo però mi accorgo che il mio ordine è in ritardo. Le reazioni sono state varie tra cui anche la rabbia, calmata solo dalla pioggia che aumentava di intensità mentre io ero al coperto e qualcun altro là fuori purchè non ci fossi io.


Il punto è che non riesco a sentirmi totalmente in colpa perché questa persona ha scelto di fare questo lavoro: ha preso una scelta economica e politica sul suo tempo e come impiegarlo come fa ognuno di noi, e quindi la mia colpa non aveva motivo di esistere, tecnicamente abbiamo accettato entrambi le regole del gioco solo che in un sistema come quello capitalista tutto si inceppa proprio quando non riesce più a spersonalizzarci dal suo interno, quando crolla lo scambio basato sul dare e avere e due esseri umani si trovano uno di fronte all’altro.

Quando più tardi è arrivato il mio ordine, con due ore di ritardo e svariati tentativi di cancellarlo presso il locale, cancellando con lui anche il mio senso di colpa crescente ad ogni tuono che sentivo, mi sono scusato con il fattorino, un signore di oltre quarant’anni che quella sera avrà fatto altre venti o trenta consegne come la mia sotto una pioggia durata fino alle quattro di notte. Non avranno cambiato molto le mie scuse e non smetterò di ordinare online. Cercherò però di controllare il meteo prima e rendermi almeno un po’ meno personalmente responsabile, come invece dovremmo tutti essere per il mondo in cui stiamo scegliendo di vivere, dove le macchine saranno prima o poi più umane con le persone di quanto le persone lo saranno tra di loro.

Filippo Nicotra

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