Il corpo del reato – l’accusa

I giorni passati e i fatti di cronaca nera ad essi correlati hanno fatto ri-emergere problemi e temi che certamente sapevamo di non aver mai superato, ma più profondamente ci dimostrano di non avere nemmeno del tutto affrontato.

Nell’ordine:

25 maggio 2020, Minneapolis ,Stati Uniti: muore Perry George Floyd, nella città di Minneapolis, in Minnesota.

23 agosto 2020 Wiscosin, Stati Uniti: Jacob Blake viene sparato e ferito dalla polizia, alle 13.30 del giorno seguente è in condizioni gravi.

12 settembre 2020, Acerra, Italia: Maria Paola Gaglione muore in seguito ad uno speronamento da parte del fratello Michele Gaglione mentre si torva sul motorino col compagno Ciro.

Tutti e tre gli eventi mostrano chiaramente un comune, orrido, denominatore: la fragilità delle “categorie” sociali e culturali inesorabilmente svilite in cui i soggetti coinvolti si trovano ad agire e a cercare, laddove possibile, di esercitare il proprio diritto alla vita. George e Jacob, Maria Paola e Ciro sono due afroamericani, una donna, e un transgender: la quintessenza di ciò che la società odierna, globalizzata, civilissima ed emancipata ancora riflette come minoranze nel senso socio – politico del termine.

Le minoranze sono gruppi messi in situazione minoritarie a motivo dei rapporti di forza e di diritto, che li sottomettono ad altri gruppi in seno ad una società globale dei cui interessi si fa carico uno Stato che opera la discriminazione, sia per mezzo di status giuridici ineguali, sia grazie ai principi di ineguaglianza civile. Privando di diritti specifici delle collettività la cui situazione sociale ed economica è particolare, l’ineguaglianza civile può creare o perpetuare delle ineguaglianze di fatto.

Nello spettro di differenziazioni che la cultura dominante individua come cartina di tornasole per orientarsi nel cammino verso l’emancipazione sociale, difficilmente emerge che uno dei fattori di maggiore discriminazione ha come centro di gravità il corpo dei soggetti coinvolti e più precisamente ciò che quello stesso corpo riflette in termini di rappresentazioni del sé.

E allora emergono a galla i mostri disordinatamente nascosti sotto al letto delle coscienze di chi, ancora, considera minoritarie o peggio inesistenti una parte consistente di umanità al punto da deciderne il valore, il capitale per niente umano, che ricoprono nella società del terzo millennio. Due afroamericani ancora non abbastanza americani, una donna uccisa dal fratello che non riteneva “normale” la sua relazione. 

Tristemente, tutti questi fatti avvengono per mano di un certo stereotipo di uomo plasmato da una cultura dominante che a sua volta domina, schiaccia, annulla. E’ evidente che qui si vada decisamente oltre la questione di genere e, lungi dal voler inquadrare la questione, peraltro ampissima, in una prospettiva unilaterale, è importante soffermarsi sul dato di cronaca nudo e crudo per comprendere che le vittime di questa impalcatura di pensiero lo diventano perché ritenute fragili e dunque facilmente estirpabili. Fragili per il colore della pelle, fragili perché donne, fragili perché non abbastanza uomini.

Fernanda Dimilta

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