Il cosmopolitismo delle vespe di Panama

Qualche anno fa un gruppo di ricercatori della Zoological Society of London ha condotto uno studio sulla vita sociale, monitorando i movimenti di 422 vespe di 33 colonie differenti. Al contrario da ciò che si credeva su questi insetti sociali, e cioè che ogni colonia sviluppa meccanismi comunitari difensivi, è stato scoperto che ben il 56% delle vespe operaie cambia alveare nel corso della propria vita. Le vespe immigrate non vengono né discriminate né rimpatriate o tenute in isolamento in Centri di Identificazione, ma diventano subito membri effettivi, provvedendo a raccogliere cibo e a nutrire ed accudire la nidiata locale.

Le sorprendenti osservazioni di questa ricerca sono state il presupposto per un brillante intervento di Zygmunt Bauman sulle nuove sfide del nostro tempo. Il sociologo polacco vede nelle vespe di Panama il paradigma per interpretare la modernità liquida, caratterizzata da linee di confine sfocate e permeabili e da un’inarrestabile traffico umano attraverso qualsiasi tipo di frontiera. Il problema è che gli stati, superata ormai la fase di nation-building, non sono più interessati ad integrare gli stranieri e a negoziare le proprie identità distinte. Kant fu profetico quando affermò che “progettare, elaborare e tradurre in pratica regole di reciproca ospitalità” sarebbe diventato a un certo punto una necessità per la specie umana.

“Non c’è luogo sul pianeta che possa sottrarsi a questa sfida; se alcuni luoghi sembrano rappresentare eccezioni alla regola, si tratta senz’altro di una situazione esclusivamente temporanea”, dice Bauman. I 33 alveari studiati rappresenterebbero le 200 nazioni (“unità sovrane”) del globo terrestre: nonostante il continuo interscambio di autoctoni e immigrati, ogni alveare riusciva ad inserire i nuovi arrivati senza malfunzionamenti a causa della partenza dei residenti di più vecchia data, il tutto senza un centro politico e amministrativo coercitivo che ne garantisse la funzionalità. A differenza del mondo degli insetti sociali, nel mondo globalizzato la mancanza di “centralità di un centro globale” ha portato l’affermazione della retorica nazionalista e la miserabile logica dei mercati, nel tentativo di colmare questo vuoto di potere.

Secondo Ulrich Beck la strategia politica per colmare questo vuoto è stata fino ad oggi quella del “nazionalismo metodologico”. Mentre aumenta esponenzialmente l’interconnettività e quindi sempre maggiori intrecci, interdipendenze, flussi, identità e reti sociali; gli Stati non vogliono abbandonare l’anacronistico peso della nazione. L’idea di Stato nazionale a base etnica è, di fatto, incapace di tenere conto della pluralità insita nella globalizzazione. Ad esempio, focalizzarsi sulle diseguaglianze sociali nazionali fa perdere di vista quelle che sono le diseguaglianza globali e il loro impatto sulle nazioni stesse. In egual maniera, l’errata identificazione tra autonomia e sovranità rende cieco il nazionalismo di fronte all’esigenza di cooperazione e interconnessione fra Stati per affrontare problemi quali la disoccupazione, la lotta alla criminalità, la tutela ambientale, la sicurezza sociale; perdita di autonomia significa oggi guadagno di sovranità effettiva.

Per fermare il populismo dilagante e iniziare a riflettere sulle reali sfide del mondo, del nostro mondo, c’è bisogno di un cambio di paradigma politico.
“Il cambiamento della realtà presuppone il cambiamento dello sguardo sulla realtà”, e questo nuovo sguardo non può che essere quello del cosiddetto “cosmopolitismo metodologico”. Scrive Beck, “il cosmopolita vive in una doppia patria, possiede doppie lealtà: egli è sia cittadino del cosmos – cittadino del mondo – sia cittadino della polis – cittadino della città, dello Stato. Tutti sono entrambe le cose”. Lo Stato cosmopolitico è dunque quello che non opera una distinzione esclusiva tra “noi” e gli “altri”, piuttosto una distinzione inclusiva, non più il principio dell’ “o…o”, ma del “sia…sia”. In altre parole, il cosmopolitismo garantisce la coesistenza di identità etniche diverse e permette di riconoscere che i problemi del culturalmente “altro” devono essere presenti in ogni comunità politica.

Nel mio sogno utopico del mondo ognuno vivrà dove vuole vivere.
Per lo scrittore Luis Sepulveda, il più grande insegnamento lasciato da suo nonno è riassunto in questa frase: “uno è di dove si sente meglio”.
E le vespe di Panama lo hanno già capito.

Fulvio Mele

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