Lolita e Lolitismo – da denuncia sociale a fenomeno collettivo

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo. Semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantacinque con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.”

È con un’invocazione alla Musa che Vladimir Nabokov apre il sipario sulla sua “Lolita”. Prima di una serie di citazioni e riferimenti classici, si scontra tuttavia con la natura reale del romanzo, che si presenta di rottura, trasgressivo e di ispirazione flaubertiana. Data la carica emotiva che trasuda da ogni pagina, avevo a lungo rimandato il momento in cui andare oltre questo incisivo periodo iniziale. Ma in questi giorni di silenzi, di ripartenze settembrine e fogliame che, arancioneggiando, inizia a cadere, ho sentito che era giunto il momento di addentrarmi nei pensieri più reconditi del prof. Humbert Humbert.

A colpirmi, già dalle prime pagine, è la sua definizione di “ninfetta”, una creatura tra i nove e i quattordici anni che, seppur dotata di una certa sensualità innata, di un savoir-faire tipico dell’ età adulta, è ancora poco più che una bambina ingenua: ma allo stesso tempo, sotto un aspetto di puerilità deliziosa, c’è l’irrequieta frenesia, quasi demoniaca, che il professor H. ricerca per tutto il romanzo, e trova solo in Lolita. Ella è in grado di stregarlo con la sua “miscela di tenera infantilità sognante e inquietante volgarità”, con i suoi modi sgarbati, e la sua continua tendenza all’eccesso. Il rossetto rosso di mamma, i vestiti non adatti alla sua età, ma anche le corse per casa, la voce troppo alta e un corpo che lentamente si sviluppa contribuiscono ad attirarlo irrimediabilmente.

Egli si rende conto della sua perversione per cui, se da una parte riflette tutto se stesso sulla pagina, che si arricchisce di pensieri osceni, dall’altra sembra rivolgersi al lettore-giuria riconoscendo la propria colpa, e tentando una via di fuga. È tale il suo dissidio interiore che perfino chi legge si ritrova coinvolto in un dualismo, e indossa ora le vesti di giudice, pronto a condannare la sua intollerabile immoralità, ora quelle di umano che, conscio dell’errore, è però in grado di perdonare. Ma procedendo fluidi da un capitolo al successivo, dimenticando il mondo esterno e le sue rigidità, il lettore a poco a poco perde la ritrosia iniziale verso il personaggio maschile, lo sdegno delle prime pagine, e ciò gli permette una comprensione più lucida del suo pensiero di fondo.

Oltre la sua dissolutezza, è infatti possibile apprezzare una profonda critica verso il mondo in cui Lolita, a rappresentazione di un’intera generazione, è cresciuta e con il quale si interfaccia. La presunzione di questa “bellissima, ma acerba ragazzina” sembra derivare, agli occhi del suo amante âgé, “dalla corruzione delle moderne scuole miste” che, con la volontà di fornire un’educazione libera, insegnano tuttavia a diventare adulti in un modo sbrigativo, privo di purezza, in cui è facile perdersi e dove risulta naturale saltare le tappe, rincorrere l’età successiva, tralasciando così la spontaneità e il candore propri di chi si affaccia alla vita matura. Lolita è il frutto acerbo di una società viziosa e fast, come quella americana, incurante dei sentimenti, della fragilità umana, della bellezza delle “prime volte”. Una società in cui tutto è portato all’estremo, e perfino la sessualità, lungi dall’ essere un tabù, risulta confinata al puro atto fisico, privato di valore e di bellezza, e visto solo come una tappa, irrinunciabile, alla vita adulta.

Ma il potere del romanzo di Nabokov non si ferma qui. Costituendo di fatto un caso letterario, sorto con lo scopo di denunciare un mondo traviato e amorale, finisce per diventare esso stesso ispiratore di un fenomeno, quale il “Lolitismo”, di cui media e televisione si sono nutriti negli anni. E c’è di più. Lo stesso termine “Lolita” è entrato a pieno diritto nelle colonne dei vocabolari, così come nel linguaggio comune, privato di connotazione negativa. Qual è dunque il confine tra la denuncia sociale, volta a condannare un fenomeno, e l’esaltazione dello stesso, che scaturisce dal successo letterario, e fa di Lolita non una vittima ma un’icona?

Fiammetta Tesi

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