Operatore edile alle strutture – l’ossessione del politicamente corretto

L’operatore edile alle strutture “è in grado di realizzare parti di opere murarie e strutturali, rifinire e manutenere parti di edifici secondo quanto stabilito dalla relativa documentazione tecnica e sulla base di un piano di lavoro predefinito”. Così recita un annuncio formativo trovato per puro caso online dopo che la mia attenzione fu catturata da numerosi cartelloni pubblicitari che facevano riferimento alla mansione citata. Ora, al di là delle varie trasformazioni culturali che accompagnano – giustamente – l’evoluzione dei ruoli, in particolare quelli lavorativi, l’umile e mansueto “muratore” si è trasformato in qualcosa che racchiude più di una semplice e accattivante trovata pubblicitaria: il politicamente corretto ha invaso perfino uno dei mestieri più tradizionali della storia del genere umano.

L’espressione politically correct, di origine angloamericana, definisce un orientamento sia ideologico che culturale caratterizzato da un estremo e valoroso rispetto verso tutti, cercando ad ogni costo di evitare ogni potenziale offesa verso particolari categorie di persone. Seguendo tale concezione ogni forma di espressione deve risultare esente, sia per quanto riguarda la forma sia per quanto riguarda i contenuti, da qualsiasi tipo di pregiudizio, qualsiasi essa sia la sua natura. Fin qui tutto bene. Ma come siamo arrivati all’operatore edile alle strutture?

Quando il politicamente corretto diviene un pensiero univoco e unidirezionale, quando assume una connotazione standardizzata di qualsiasi possibile narrazione ecco che gli eccessi prendono forma. Quando il politicamente corretto si trasforma da un utilissimo e potentissimo strumento di garanzia verso le minoranze in una irrefrenabile voglia di censurare le differenze ecco che si perde di vista da dove siamo partiti. Quando il politicamente corretto si chiude nella sua bolla di opportunismo, moda o semplice convenienza del momento il finto buonismo si impadronisce della scena. E allora, nell’estremo tentativo di non offendere nessuno per strappare determinate categorie dalla marginalità, il muratore diventa operatore edile alle strutture, il bidello diventa collaboratore scolastico, il bracciante un operatore agricolo, il netturbino un operatore ecologico. E gli esempi, ovviamente, pervadono la sfera comunicativa nella sua interezza: da minorato a portatore di handicap, da cieco a non vedente, da povero a non abbiente e chi più ne ha più ne metta.

Ma non solo. Se inizialmente il politically correct americano si poneva l’obiettivo di tutelare le fragilità della nostra società, l’evolversi del fenomeno sforna eccessi quotidianamente, alimentato da uno dei più classici eufemismi italiani: lo spirito bigotto. La natura dogmatica di tale principio trasforma una narrazione aperta in un sistema chiuso che a sua volta si ritorce contro se stesso. Chi si permette di oltraggiare il lessico comunemente accettato viene classificato come nemico, passando dall’eliminazione delle etichette alla creazione di nuove: l’abuso del politicamente corretto finisce per diluire i vari significati.

Ovvio, qui non si tratta di rivendicare la facoltà di essere razzisti spietati o la possibilità di odiare e insultare. L’importanza del linguaggio in quanto strumento capace di influenzare la società rimane e deve essere elevata ora più che mai alla massima espressione. Ma prima di immedesimarsi negli altri, bisogna carpire allo stesso ugual modo l’elevata importanza delle varie sfumature, l’importanza di essere ironicamente sarcastici e pungenti, l’importanza di essere se stessi evitando lo standard di un politicamente corretto sempre più percepito come una pericolosa deriva culturale intenta a censurare ogni facoltà umana di espressione; intenta a cancellare dalla memoria i segni delle violenze e delle discriminazioni passate.

Anche perché, alla fine dei conti, chi ci garantisce che un termine corretto presupponga inevitabilmente una pratica corretta?

Vito Aliperta

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