Sensemaking – interpretazioni soggettive e immaginario collettivo

Il sensemaking ha ricevuto diverse definizioni, differenti in base al campo di applicazione e alle scienze di riferimento poiché risulta una teoria molto elastica nella sua applicazione. Viene generalmente definito come una serie di processi che tutti noi attuiamo nel tentativo di dare significato alle esperienze che viviamo, adattando gli input che riceviamo all’interno di una cornice mentale che li organizza e, contemporaneamente, modellando la stessa cornice sulla base di questi dati, in un costante tentativo di trovare il modo migliore di agire nell’ambiente sociale in cui ci troviamo.

Ma se ogni individuo costruisce il senso a partire dalla propria esperienza, sarà chiaro che la realtà non è di per sé dotata di significato intrinseco ma cambia in base al punto di vista di chi la osserva ed è quindi socialmente costruita da ciascuno di noi in maniera costante. Nell’ambito delle organizzazioni, la definizione di sensemaking viene rivisitata da Weick che focalizza l’attenzione sul processo collettivo all’interno delle strutture organizzative. Tale processo collaborativo crea una consapevolezza ed una comprensione comune dell’ambiente a partire dalle diverse visioni personali fondate sulla costruzione della propria identità in relazione con gli altri – da qui la definizione di “processo sociale” – attraverso una visione coerente e positiva di sé.

Il fenomeno risulta inoltre retrospettivo, poiché comprendiamo il vero senso delle cose solo a posteriori mentre a priori possiamo semplicemente fare delle ipotesi: attraverso l’interazione si costruiscono ambienti dotati di senso che vengono modificati via via per cause interne ed esterne all’ambiente. In modo continuativo, il sensemaking si costruisce in base a informazioni selezionate che variano in funzione dei diversi contesti di riferimento ed è il contesto stesso che contribuisce a far comprendere di volta in volta quali siano le informazioni rilevanti: sono le prime linee sociali a dover fornire delle indicazioni, delle mappe mentali a cui attingere per evitare discrepanze tra i diversi individui.

Ovviamente questo sistema non funziona unicamente in direzione positiva ma può generare effetti distorsivi come dimostrato nella teoria della finestra rotta: la teoria nasce in Criminologia a seguito di esperimenti sul sensemaking, la quale osserva come il disordine urbano e il vandalismo abbiano la capacità di generare criminalità aggiuntiva e comportamenti devianti all’interno di un ambiente. La teoria dimostra, ad esempio, come il semplice controllo di ambienti urbani con un efficace repressione dei piccoli reati come gli atti vandalici, la deturpazione dei luoghi della comunità o l’evasione nel pagamento di parcheggi, mezzi pubblici o pedaggi, contribuisce a creare un ambiente ispirato all’ordine e alla legalità.

Tale fenomeno viene illustrato perfettamente da un esperimento svolto dall’Università di Stanford: l’esperimento consisteva nel lasciare due automobili identiche abbandonate in strada, una nel Bronx, zona all’epoca povera e conflittuale di New York, l’altra a Palo Alto, città ricca e tranquilla della California. Nel giro di poche ore, la prima cominciò ad essere smantellata, perdendo ogni pezzo asportabile; tutti i materiali che potevano essere utilizzati vennero rubati e quelli non utilizzabili vennero distrutti. Differentemente da ciò, nel caso di Palo Alto l’auto rimase intatta. Dopo una settimana i ricercatori continuarono l’esperimento e decisero di rompere un singolo vetro della vettura a Palo Alto: nel giro di poco tempo assistettero alla stessa dinamica di vandalismo che avevano registrato nel Bronx, quasi come se quel solo vetro rotto avesse dato una sorta di “autorizzazione sociale” a distruggere il resto della vettura.

In pratica la responsabilità delle nostre azioni rimane comunque individuale ma inevitabilmente influenzata dall’ambiente in cui agiamo che, a sua volta, è stato creato in parte da noi: l’impegno di ognuno dovrebbe essere quello di creare “ambienti di senso” che possano portare a una “creazione di senso” personale positiva.

Filippo Nicotra

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