Notturno italiano #2

È sera. Si è fatta sera qua in soggiorno. Le ore in questi giorni passano veloci. La luce del pomeriggio è solo un ricordo. Ma nonostante questo, nessuno accende una luce: solo così viaggia l’immaginazione, per compensare la vista mancata. E allora, per tipi come me, inizia un nuovo viaggio, una nuova introspezione. “Dove vai quando nessuno ti guarda? Dove ti dirigi?”. La risposta non la so nemmeno io: ma so che in mezzo a questo buio la mente vola. Ecco che si riaccende allora il ricordo dell’atmosfera di festa durante l’ultima cena organizzata qui a casa, con le persone a me più care. È passato diverso tempo, ma in questo silenzio, ho come l’impressione che le espressioni gioiose degli invitati, il rumore dei tacchi, la musica leggermente più alta del consentito ancora riecheggino negli angoli della stanza così vuota ora. Ora fa da padrone solo il buio. Ma non mi allontano da questo salotto, non è ancora venuto il momento di andare a dormire. Troppi pensieri ancora affollano la mia testa. Ma come spesso accade, non sarei in grado di trovare, a quest’ora, anima viva disposta ad ascoltarmi all’infuori di questo abbagliante schermo del PC. E allora eccomi qua. Non sento neanche la stanchezza, o il venir meno delle forze. Sono assorta da altro. È altro che prende la mia totale attenzione in questo momento. In un angolo della stanza un po’ più esposto degli altri alla luce della luna, caduta probabilmente dalla finestra che si trova poco sopra, scorgo una coccinella. Rossa, fiammante se ne sta placida a godersi lo spettacolo lunare. Forse. O forse maledice il giorno in cui ha deciso di sistemare la sua dimora su quella vetrata aperta che poi, richiudendosi vigorosamente, l’ha di certo catapultata a terra. Ma chi sa da dove viene? Il soggiorno, certo, affaccia su una piazza alberata. Ma è veramente possibile che in un giardino di città si trovino le coccinelle, e che siano in grado di volare fino al secondo piano? Sappiamo così poco sulle coccinelle. Ci limitiamo a sapere che portano “fortuna”, che sono rosse a pois neri e la nostra conoscenza finisce lì. Non sappiamo da dove vengano, di cosa si nutrano, se si nutrono, e che fanno per ammazzare il tempo. Portano fortuna a chi incontrano, e forse solo questo risparmia loro la vita. Vivono in modo sempre uguale, in solitudine perenna (non capita mai di vedere due coccinelle insieme) e sempre in disparte dal loro mondo abituale, la Natura. Si ritrovano, infine, nelle case delle persone, e non ne sanno più uscire, in gabbia.

È notte. Nella notte che avanza lenta, ma inesorabile, l’orologio che si trova nella stanza accanto inizia a far sentire i suoi rintocchi. Mi avvisa, in modo un po’ troppo fastidioso, che sono ormai le due di notte. Due rintocchi, ma sufficienti per interrompere lo scorrere fino a ora fluido dei miei pensieri. Ma io, di andare a letto, ancora non sento né la voglia, né la necessità. E come spesso accade, ripenso agli eventi della giornata. Non che siano state molte le mie attività, potrei anzi dire di avere passato la maggior parte delle ore tra il letto e la cucina. Rifletto solo ora che non c’è stato mai un momento solamente “per me”. Forse è che sono un’anima notturna: solo mentre tutti gli altri riposano, la mia mente si apre a nuove riflessioni. Sono le luci soffuse della sera, e poi della notte tali da ispirarmi. Ho lasciato il soggiorno, abbandonato gli occhiali da vista al loro destino, e infilato il pigiama più caldo di cui il mio armadio dispone. A un tratto, ho anche pensato di chiudere gli occhi e rimandare a domani queste mie riflessioni. Ma non è durato molto, e subito l’insonnia ha prevalso su tutto. il mio orologio da polso segna le quattro e un quarto e i miei occhi non accennano a chiudersi. La notte ha un ritmo tutto suo. Ma in questi giorni, segnati dal lockdown e dalla pausa collettiva, tutto si è fermato: le ansie quotidiane sono venute meno. Non più autobus da rincorrere, appuntamenti da ricordare, decisioni da prendere. Al massimo qualche torta da sfornare, quel vecchio libro iniziato e mai terminato da riprendere in mano, e tante ore disponibili per la cura di sé. Ho cambiato di nuovo stanza, e mi sono intrufolata nello studio di mia madre. Credo sia la prima volta che vede visitatori notturni, tanto è abituato a essere vissuto di giorno. Precisamente davanti a me, il mobile cinese. Chissà se chi lo ha costruito, decorato sul davanti e sui lati con i colori dell’oro, e poi perfezionato nei dettagli, avrebbe mai potuto immaginare la sua collocazione finale, sommerso di carte polverose in una stanza dipinta di rosa antico. Credo di no. A ogni modo, l’immagine di questo mobile, seppur per brevi istanti, mi proietta lontano, e crogiolandomi con questi pensieri, non sento lo scorrere del tempo. Tuttavia, i miei occhi a un tratto iniziano a cedere e percepisco le palpebre pesanti, elefantiache nell’aprirsi e nel richiudersi. Sbadiglio. Il mio corpo mi comunica un messaggio ben evidente. Lampante. Arrivo persino a immaginare una comunicazione tra me e il mio corpo: “Bellissima questa sensazione di essere l’unica al mondo a occhi aperti, di avere le strade spianate verso un orizzonte solo tuo, ma io vorrei pur poter spegnere l’interruttore ora, se non ti dispiace”, direbbe lui. “Ma non la senti la poesia del silenzio assoluto, interrotto solo ogni tanto dallo sciabordio della lavasciuga-che-di-notte-si-risparmia?” Risponderei, e continueremmo così per ore, così tante che alla fine la vittoria la otterrei io, ne sono sicura. Non è presunzione, ma è che saremmo tanto impegnati a dirci di tutto, che il tempo della notte, silenzioso ma pur inesorabile, ci volerebbe via e si farebbe mattino.


Infine, è l’alba. Lungi dal voler prendere sonno, mi affaccerei alla finestra, osserverei la piazza deserta, e ripenserei a questi giorni trascorsi, e a quelli che devono arrivare. All’aria priva di smog che si respira finalmente dalle finestre, ai balconi in festa, alle lezioni di yoga iniziate e mai concluse con mia madre, ma che tanto ci hanno fatto ridere, ai libri che ho finalmente potuto apprezzare. E ancora, alla calma, alla solitudine che mi insegna a ripristinare i miei equilibri. E infine, dopo tanti pensieri, con le prime luci dell’alba, il chiarore del mattino, il silenzio interrotto solo da un allegro cinguettio, forse penserei che, in fondo, io alla “normalità” non voglio più tornare.

Fiammetta Tesi.

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