Notturno Italiano #1

È mattina. Una stanza piena di libri. Una luce calda che esce dalla lampada di vetro colorato, un poco attenuata ma sufficiente a creare un’atmosfera di pace. Al centro un tavolino di legno scuro, preda dei mille giornali da cui solo col tempo riesce a liberarsi. Un tappeto, che nei suoi decenni in casa ha visto tante volte passi sguaiati di piedi, prima piccoli e affusolati in scarpine di vernice, poi avvolti con forza dentro anfibi neri negli anni dell’adolescenza, e ora negli stivali con un accenno di tacco per le grandi occasioni. Due divani, molti quadri, un lungo specchio antico, con ancora le macchie del tempo addosso e una dignitosa opacità. Una consolle sommersa di vecchie foto di persone di cui neanche più ci si ricorda, ma che danno l’idea di un mondo che non c’è più, e a cui forse, si vorrebbe ritornare. L’unica nota che forse stona nel soggiorno di casa, è la televisione. Troppo moderna per il contesto. Mi trovo bene in questo ambiente, mi sento un unicum con il resto, e amo come la luce del mattino entra e si rispecchia sul quadro proprio di fronte, illuminando il personaggio principale, una donna di blu vestita. E il pensiero allora vola. Chissà se il pittore anonimo che lo aveva realizzato si sarebbe mai potuto immaginare che quella signora ritratta dopo chissà quante ore di posa, avrebbe avuto tutta questa luce in faccia, senza neanche un ombrellino con cui ripararsi. Ecco, finisce sempre così. Succede che ci si estranea un po’ dal mondo, si perde la lucidità e si confondono gli oggetti con le persone, la materia concreta e finita con lo spirito vitale. “Sempre con la testa tra le nuvole!” Ma come si fa? Sono così belle le nuvole. Passerei le ore a guardarle e a decifrarne la forma, il movimento, la direzione verso cui mi sembra che si dirigano. Ma si muovono davvero le nuvole? O siamo piuttosto noi a farlo? Chi lo può sapere.

È pomeriggio. Torniamo a noi, anzi al salotto di casa. Io lo ritengo il mio luogo sacro, il mio giardino segreto, ma al chiuso, si intende. Ed è qui, dove fanno da padroni assoluti i libri, numerosi e antichi, che mi vengo a rifugiare nelle eterne giornate di questa “quarantena”. Da quando un male invisibile e microscopico ci ha costretti alla relegazione, queste copertine le immagino come biglietti di sola andata per le mete più disparate. Sono il mio modo per viaggiare, da una parte mi portano nell’antico Oriente, da un’altra magari nei luoghi dai quali sono scaturite importanti scoperte scientifiche, o ancora, forse, da nessuna parte, perché il vero viaggio è dentro se stessi. Nei meandri del proprio Io, che lo scrittore abile e forse alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario, riesce a scandagliare. E allora tramite la lettura si finisce per mettere in discussione tutto il vissuto, e ci si inizia a chiedere il perché della realtà che ci circonda e a cui, fino a poco prima, si dava poco peso. E come può allora quello scrittore magari con un po’ troppe dipendenze dal fumo e dall’alcool, e con la preoccupazione di finire il volume prima del mese, come può insomma lui sapere così tanto di noi? Forse, la scrittura e tutto ciò che vi è dietro (l’osservazione del mondo, la curiosità, il domandarsi sempre del nuovo che ci circonda) lo eleva per così dire a un punto di vista superiore del nostro, più lucido e cosciente delle dinamiche umane, tanto da essere in grado, nel parlare di sé, di estendere il cerchio verso l’altro, di parlare per una folla che, nelle sue parole, finisce per riconoscersi.

Fiammetta Tesi

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