Street Art – spazi e percorsi dell’esperienza vissuta

Fin dalla sua nascita all’ inizio degli anni Settanta quando cominciarono ad emergere le prime tag e i primi segni sui muri di New York e Philadelphia, la Street Art e il writing si configurano come due discipline dall’aspetto fortemente sovversivo tanto da essere considerate pratiche assolutamente illegali. Naturalmente, l’aspetto più disturbante dell’attività degli street artists riguardava in prima battuta la delicata questione del presunto degrado urbano che la Street Art contribuiva a diffondere, nonché del grado di criminalità ad essa connesso, già che queste operazioni avvenivano principalmente in strada e, inizialmente, si svolgevano nei sobborghi e nelle zone più periferiche della città.

Molto spesso il fenomeno è stato ridotto in modo assai semplicistico ai soli tentativi di emancipazione sociale da parte dei primi writers, tralasciando le importanti implicazioni che questi interventi intrattenevano con l’eredità della cultura e delle esperienze che li avevano preceduti. “Appropriarsi” di un muro della città significava in qualche modo realizzare un sistema di segni personalissimo la cui riconoscibilità era altresì un criterio di distinzione e riconoscimento che agiva come espediente di identificazione.

Tali scelte operative dal carattere ostinatamente sovversivo rappresentavano la cifra caratterizzante di una disciplina che nasce e si sviluppa come forma di opposizione al sistema nel complesso delle sue varie diramazioni, sia inteso come sistema dell’arte, e quindi principalmente si muovono in aperta opposizione al museo e al white cube come i soli spazi possibili di espressione artistica, sia per la vigorosa critica all’istituzione politica, con l’obiettivo di realizzare un orizzonte di riferimento alternativo in cui collocare nuovi modelli di socialità da diffondere e consolidare per mezzo dell’attività artistica.

Nel catalogo della mostra dal titolo Beautiful Losers, il curatore e critico Aaron Rose indaga le origini di questo atteggiamento cercando via via di sciogliere i nodi teorici più complessi. Una delle ragioni che si possono legare alla più o meno diffusa tendenza a infrangere la legge e le regole in generale, riguarda secondo Rose il desiderio di affermare la propria identità e il proprio vocabolario espressivo senza doversi necessariamente adattare al gusto di un certo tipo di cultura, quella più propriamente conservatoria, riflettendo in questa decisione la volontà di costruire esempi di una libera e indipendente circolazione delle idee e, conseguentemente, le occasioni per favorire la diffusione di una più feconda dialettica del contatto fra gli individui.

Lo spazio urbano diventa in questo modo il teatro di dense sperimentazioni che comprendono anche le risposte dei soggetti e degli attori chiamati a interagire con una determinata opera o, si potrebbe dire azione, da parte degli artisti, già che i luoghi interessati formano una sorta di unico organismo col tessuto sociale in cui sono calate. La conquista dello spazio urbano e la sua conseguente riconfigurazione in termini di spazio visuale assume ancora più rilievo se la si legge come l’occasione di un dialogo assolutamente aperto con la dinamicità degli elementi e degli attori coinvolti al suo interno e quindi delle conseguenti potenzialità nel generare luoghi e atmosfere aperti al confronto e allo scambio di idee e di cultura diverse.

Parallelamente, la Street Art risponde all’esigenza di rivolgersi direttamente allo spettatore attraverso la costruzione di percorsi inaspettati la cui interazione presuppone comunque che si frapponga un terzo elemento, quello istituzionale, nel processo della fruizione. L’opera nel suo “stato urbano” si lascia piuttosto condizionare dalla variabilità ed eterogeneità di moltissimi fattori che la riconfigurano e la riqualificano sulla base delle esperienze e degli interventi che vi si intersecano, fino a costituire un complesso sistema simbolico nel segno del collettivismo che assorbe in sé le potenzialità semantiche di diversi registri e linguaggi espressivi e sfugge dunque al determinismo di certe categorizzazioni di stile.

I graffiti sono di fatto il modo in cui i writers costantemente danno qualcosa alla città: abbiamo a che fare con un’ecologia visuale urbana che è simultaneamente competitiva e collaborativa. I graffiti e la Street Art sono pratiche produttrici, non consumatrici di territori. Occorre dunque adottare uno sguardo “ambientale” e non solo estetico della realtà che ci permette di comprendere che il valore non può mai essere creato da un singolo atto o da una singola persona, piuttosto, esso emerge nel momento in cui una serie di atti liberi e indipendenti compiuti da persone libere e indipendenti converge verso una zona focale, un milieu in cui questi atti fanno riferimento gli uni agli altri, stimolano, sostengono e insieme sfidano la risposta degli altri.

Le “cattive cause” richiedono coraggio e talento. Ci sono cose che s’infrangono, mostrandole. Ci sono altre cose che vanno aiutate a cadere. Lo spettacolo di una civiltà senza futuro è già qui. […] A dispetto di tutto, non c’è storia che non sia quella della bellezza dell’anima. Si tratta di non radicarsi, di non appartenere a nessuna società, a nessuna cosca, a nessuna gogna. Essere stranieri a sé stessi significa appartenere al mondo e fare dell’indecenza di vivere senza sfruttare né essere sfruttati, lo straordinario e il principio di tutti i sorrisi liberati a venire.
Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 26 volte marzo, 2013

Fernanda Dimilta

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