Cecità e indifferenza: homo homini lupus

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.”

In una città mai chiamata per nome, in un tempo e in un luogo mai definiti, Josè Saramago lascia ai posteri una pungente e più che mai attuale lettura della società. Cecità ci riesce grazie ad un inizio diretto e senza fronzoli: in attesa che il semaforo diventi verde, un uomo alla guida della sua auto diventa improvvisamente cieco. Ma, invece di essere invaso dal buio, l’uomo è avvolto da un bianco candore, metafora di ansia, paura e impotenza. È un bianco che non nasconde ma piuttosto mette in luce tutti i mali che affliggono la società e gli essere umani che ne fanno parte.

Il ritratto è spietato fin da subito: inesorabilmente e senza alcun apparente motivo e spiegazione, una cecità bianca travolge la città intera segnando i presupposti per una vera e propria crisi. I ciechi, controllati a vista dall’esercito, vengono abbandonati a se stessi in un vecchio manicomio dove, nel giro di poco tempo, sarà l’anarchia a farne da padrona. Le regole sociali di un mondo di vedenti non hanno più senso e si traducono in un caos in cui la perdita della prospettiva temporale e di quella sociale incide inevitabilmente sul quieto vivere dell’uomo: l’imperativo di lasciarli isolati e rifiutati pervade il senso comune e le pratiche di vita. L’assenza di desiderabilità sociale diventa qui la naturale conseguenza di una segregazione voluta dall’alto per evitare lo scoppio dell’epidemia. L’ordine sociale preesistente è sovvertito, l’uomo ritorna alla sua natura: ‘homo homini lupus’.

Nei dialoghi dell’autore l’assenza di punteggiatura e soprattutto la mancanza dei nomi dei protagonisti rendono possibile l’obiettivo di spersonalizzare la vicenda in modo da investire su un tratto comune: la cecità dell’anima, un’apatia sociale che si ripercuote sul senso di collettività umana. Nel contesto in cui i ciechi vivono la propria esperienza si è soli, liberi dal “fardello” della reciprocità e, attraverso la creazione di una nuova propria identità dettata dalla precarietà della situazione, la sopravvivenza si ottiene a discapito degli altri. La dittatura del più forte, la dittatura di coloro che hanno più possibilità. Una deumanizzazione resa tale dai protagonisti della vicenda i quali, abbandonando l’ordine sociale ormai non più caratterizzato dalla convivenza comune, decidono da soli di degradarsi, di perdere il loro senso di umanità.

Cecità è metafora di una società indifferente la quale è abitata da individui essenzialmente isolati nella propria natura, crogiolati in una dimensione protettiva che ci rende ciechi di fronte a ciò che succede oltre la prossimità, oltre ciò in cui siamo strettamente coinvolti. Rimaniamo indifferenti davanti alle crisi globali, alle degenerazioni e ai rischi, ai mutamenti e alle ingiustizie. La mancanza di solidarietà collettiva si evince da una lotta continua alla sopravvivenza e alla sopraffazione: un mondo violento, egoista in cui l’individuo si dimentica di come l’Altro versi nelle medesime e tragiche condizioni.

Nel quadro di Saramago la cecità non è un’epidemia improvvisa ma si tratta di una condizione esistenziale dell’uomo in quanto individuo prima di tutto. La crisi e il caos che ne derivano sono apocalissi, rivelazioni: ciò che si palesa non è una mera reazione bensì ciò che di più implicito travolge la nostra esistenza. La società sarà quella che è e il nostro conseguente operare seguirà al nostro inevitabile essere. I ciechi del romanzo sono tutti coloro che non hanno interesse a guardarsi attorno e la loro cecità diventa il loro unico rifugio. L’indifferenza più totale rischia di tramutarsi in un’umanità ormai sprofondata e relegata ai margini della società, trasformandoci in “ciechi che vedono, ciechi che pur vedendo, non vedono”.

Vito Aliperta

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