Maschere, mascherine e come tutti dovremmo (ri)scoprire l’arte di James Ensor

I mesi tra marzo e giugno di questo 2020 che sembra uscito dalla penna di Stephen King particolarmente ispirato, sono stati senza dubbio i più strani e complicati della vita di ciascuno di noi. Ci siamo ritrovati tutti sbalzati da una normalità fatta di lavoro, studio, aperitivi, relazioni vissute al ritmo compulsivo dei social a una nuova normalità fatta di quattro mura, un sacco di tempo a disposizione, novità e indiscutibilmente gadget dell’anno: mascherine. Proprio attorno a queste si è creato un dibattito infinito con virologi, pseudo esperti e leader politici. In questo tristissimo carnevale giocato su migliaia di morti, mi è tornata in mente la figura di un artista di metà Ottocento che da tutto questo avrebbe probabilmente saputo tirar fuori dei capolavori.

Poco noto a tutti i non addetti ai lavori, James Ensor è stato un pittore belga nato nel 1860 che ha saputo lasciare una personalissima traccia di sé nella storia dell’arte. Cresciuto in una famiglia matriarcale, James si rivela da subito un ribelle insofferente alle regole di ogni tipo: si rifiuta di studiare qualunque cosa che non sia arte e anche una volta iscritto all’accademia, si ritrova soffocato dall’ambiente rigido, piatto e canonico imposto dai docenti, motivo per cui decide di proseguire la sua ricerca artistica in autonomia.

Pur in anni quasi coevi a quelli dell’impressionismo francese, Ensor vuole fare un passo ulteriore ovvero produrre arte che sia di alto livello ma che possa contenere interamente il suo spirito ironico e satirico, troppo a lungo escluso dalla produzione artistica. Dunque il giovane artista viene folgorato da un’intuizione tanto semplice e rivoluzionaria quanto antica e stratificata nei secoli: utilizzare le maschere. Ancora una volta, da ribelle rifiuta del tutto le maschere africane e parzialmente quelle orientali mentre attinge a piene mani dalla tradizione belga, aiutato anche dal fatto che la sua città, Ostenda, è sede di un carnevale storico molto animato.

Naturalmente l’intuizione dell’uso della maschera si accompagna fin quasi da subito con un’apertura nei confronti dei temi carnevaleschi di cui approfitterà soprattutto per rappresentare la folla e le sue pazzie. Tra le opere di questo tipo, senza dubbio la più importante è “L’entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889”. La satira dell’opera è feroce: tranne il Cristo di cui Ensor stesso ne rivendica l’importanza, l’intera massa di persone è composta da maschere per lo più ridicole che nascondono il proprio vuoto con slogan politici. “Vive la sociale” campeggia in alto, a evocare idee di progresso e cambiamento: ma quale cambiamento può esserci se a chiederlo sono delle maschere per natura sempre uguali nel tempo?

Dalla metà degli anni ’80 e fino alla fine del secolo, Ensor lavora a moltissime opere, tutte che attingono a quella infinita tragicommedia che è la vita. Piccole perle che raccontano delle pene umane private o sociali. Ciononostante il successo non arriva.

James Ensor è un individuo isolato che evita le folle e guarda il mondo “dalla finestra di casa sua”: da questa sorta di personalissimo lockdown volontario non urla che andrà tutto bene, ma invita a sorridere delle miserie umane rappresentando con occhio sarcasticamente clinico il mondo. A partire dagli inizi del ‘900, finalmente, le cose iniziano a cambiare: l’arte di Ensor viene riconosciuta per l’importanza e l’originalità dei suoi lavori e cominciano i giusti tributi prima in patria poi a Parigi e a Londra.

Come abbiamo imparato durante questi mesi di pandemia, l’apice (dell’infezione, come del successo) è anche l’inizio della discesa, così, per James Ensor si apre una lunghissima fase senza ritorno in cui la fama coincide con una stanchezza artistica sempre maggiore. Da artista della maschera, Ensor diventa una maschera di artista: intrappolato nel ruolo datogli dal pubblico e dalla critica, si trova sempre più spesso a rifare vecchi quadri che gli vengono ricommissionati, a lavorare manieristicamente su temi e situazioni sempre uguali spegnendosi nel 1949 come onorato pittore nazionale.

Oggi le maschere di Ensor mi sembrano un bonario monito da recuperare perchè è fondamentale restare veri a se stessi e saper riconoscere ciò che non è maschera, ma persona. Ricordandosi però che persona in latino significa maschera.

Francesco Porro

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