Educazione all’anti-consumismo

I bordi del mio telefonino sono i limiti del mio mondo.


Il vecchio 3310 è una delle icone della nostra era e dobbiamo farcene tutti una ragione. Potrà essere sconfortante per chi cerca quotidianamente di combattere, nel suo piccolo, quella sottile pressione subliminale che induce al consumo compulsivo ed elegge prodotti di ogni classe a correlativi oggettivi di verità esistenziali. Se in più si è cresciuti quando il termine “modello” significava ancora innanzitutto ispirazione e aspirazione al miglioramento, prima che versione hardware di un dispositivo, fa quasi rabbia veder celebrare la solidità di un vecchio telefonino, sottintendendo che è una fortuna che ora “i tempi siano cambiati”.

Lo smartphone di oggi è ben diverso. È più grande ma più leggero, molto più costoso e più utile per ciò che rappresenta che per ciò che fa. Le linee sono più eleganti e i bordi si sono gradualmente assottigliati fino quasi a scomparire, permettendo allo schermo di prendere il sopravvento sull’oggetto. Quel prezioso e personalissimo “buco nero” è il vero protagonista: un portale d’accesso ad un intero mondo (o meglio, una rappresentazione) che ha la capacità di trasportarci in un altrove tanto presente quanto intangibile. Si perdono alcuni secondi nel “dare un’occhiata alle notifiche”, diversi minuti nello scambio di messaggi e persino molte ore scorrendo i post, le stories e i cinguettii dei propri amici/contatti. Quest’esperienza quotidiana e nota a tutti condiziona l’idea di immersività oltre i limiti un tempo inimmaginabili, generando da una parte un micromondo virtuale sempre più familiare e rassicurante e dall’altra un processo di smaterializzazione dal contesto (non più qui ed ora ma che invece si perde in uno spazio-tempo dai confini incerti).

È estremamente facile passare dal micromondo-schermo al macromondo social: ci si sconnette dal e in un attimo ci troviamo connessi a tutto il resto. Quando e Come sia successo tutto ciò è materia di tecnofili ed appassionati vari delle guerre ormai epiche tra i designer industriali statunitensi e coreani, conflitti a loro volta ideologizzati con parametri inediti (copia, velocità, innovazione, sicurezza…), ma più interessante, e anche Baudrillard ne era convinto, è chiedersi il Perché e il Quindi (ovvero cosa ciò comporti). Come mai uno degli strumenti tecnologici più sofisticati esistenti, in grado di raggiungere capillarmente ogni singolo consumatore, si rivela essere il dispositivo privilegiato per eliminare l’agency, ovvero la facoltà di intervenire sulla realtà?

La mercatocrazia neocapitalista nell’era dell’informazione assume forme strane e si avvantaggia di nuove strategie suggerite dalle potenzialità dei prodotti stessi. Forse, invece di temere quel complotto di poteri forti che s’impone sulle decisioni economiche e politiche a livello del macromondo, sarebbe utile prestare attenzione a dinamiche molto più piccole fatte di gesti quotidiani apparentemente innocenti; forse si scoprirebbe che, senza rendercene conto, le nostre abitudini, l’uso che facciamo del nostro tempo ed infine il nostro intero stile di vita è stato plasmato immobilizzandoci in uno stato di costante osservazione inerte. Lo stesso Wittgenstein identificava come limite del linguaggio, l’impossibilità di comunicare al di fuori di una prospettiva che non fosse in primis umana e poi personale.

Di fronte a questo schema, ci si accorge che il punto focale si è spostato dal codice al mezzo espressivo. Tutti posseggono un cellulare e molti di loro avrebbero quindi la possibilità di costruire una rete di comuni intenti e di azioni coordinate, ma il dispositivo tecnologico stesso li ha annichiliti. Essi non sono più. Finché si teneva in mano un “plasticone”, il quale ci permetteva solo di telefonare o di inviare messaggi che si voleva fossero brevi o al limite di giocare a snake, eravamo ancora bambini veri. Ora dalle metropolitane di ogni parte del mondo fino ai molti divani dentro quelle case in cui si è soli anche se in compagnia, in coppia o in famiglia restano solo burattini di legno.

Francesco Mayo D’Aversa

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