Da intimità fredde a intimità empatiche

#1 IL VASO DI PANDORA

Fulvio Mele


La parola “empatia” è ormai entrata nel nostro linguaggio quotidiano attraverso una retorica che spesso svilisce il reale vigore di questo concetto socio-antropologico. Ad esempio: affermare che la politica empatica è quella che opera mettendo in secondo piano l’aspetto economico del sistema, è un clamoroso riduzionismo che non permette di riflettere sulle vere condizioni emotive di tutti noi.

Secondo la sociologa Eva Illouz viviamo in un’era in cui si sta disapprendendo a comunicare e, di fatto, a empatizzare. Nel suo celebre lavoro “Intimità fredde” , nel quale tenta d’identificare la relazione costitutiva tra nuova modernità e spirito emotivo, scrive: “Essere un buon comunicatore significa essere in grado d’interpretare il comportamento degli altri e le loro emozioni. L’empatia può essere raggiunta solo dominando la complessa rete di indizi e segnali attraverso i quali gli altri nascondono e rivelano la loro personalità allo stesso tempo”. In questo senso si parla di “intimità fredde” con l’involuzione storica da homo sentimentalis a ingenuo iper-razionalista, secondo cui la fredda razionalità è considerata più affidabile rispetto al calore empatico in un’ottica non solo professionale ma più propriamente esistenziale.

Cos’è allora l’empatia?

Poiché i processi interpretativi sono i fondamenti della nostra interazione sociale, l’empatia potrebbe essere definita come l’insieme di quei processi interpretativi che, elaborando consapevolmente informazioni in relazione a un contesto interazionale specifico, ci consentono di comprendere le nostre emozioni e quelle degli altri.

L’empatia è dunque un esercizio emancipatorio.

Tradizionalmente, vediamo l’empatia come un valore positivo che va appreso ed esercitato verso tutti, quando in realtà la società diffonde l’idea che non tutti dovrebbero riceverla. La più grande ipocrisia del nostro tempo è ostentare tutele dal carattere umanitario, ma allo stesso tempo suscitare disapprovazione sociale verso comportamenti o emozioni. Al di là della funzionalità che questo meccanismo ha avuto nella storia dell’umanità, è importante oggi capire come ridurre questa distanza tra gli esseri umani, una distanza dovuta ai processi di basso innatismo che confondono l’identità culturale con l’identità emotiva.

L’empatia è identificazione, ma anche estraniazione. In questo senso, l’empatia deve essere intima e le intimità essere empatiche: uno spazio intimo è uno spazio libero, dove ci sentiamo a nostro agio per interagire liberamente dai condizionamenti sociali e simbolici in cui siamo immersi. Empatizzare vuol dire riconoscersi nella specificità emotiva dell’altro; la domanda empatica non è “come agirei se fossi in lui/lei“, che spesso conduce a processi cognitivi opposti come la colpa o la stigmatizzazione, piuttosto “come potrei sentirmi io se fossi in lui/lei?“. L’empatia deve riguardare le emozioni prima delle azioni.

Quando empatizziamo, ripetiamo un’elaborazione cognitiva che abbiamo imparato nella socializzazione, ma anche quando non empatizziamo, è possibile che stiamo rispondendo a qualcosa che abbiamo imparato. In altre parole, quando siamo empatici riproduciamo semplicemente ciò che è socialmente accettato. Più che la disapprovazione o accettazione sociale, è l’empatia sociale che dovrebbe essere incoraggiata, a partire dai processi di socializzazione primaria. Tuttavia, l’identificazione e l’estraniazione, che sono i due processi fondamentali dell’esercizio empatico, sono molto potenti perché possono essere applicati anche quando il contesto socio-culturale specifico li scoraggia. Basti pensare che durante il nazismo molti soldati aiutarono gli ebrei a nascondersi.

Gli esseri umani sono animali empatici.

Dobbiamo smettere di pensare che sia necessario adattarci ai bisogni delle strutture sociali e iniziare ad allargare lo sguardo alla ricerca di processi che adattino le strutture sociali alle nostre esigenze intime; aumentare la capacità empatica verso gli altri e verso le strutture sociali significa lavorare sulla nostra domanda emotiva di intimità, sia individuale che collettiva. Favorire quindi una buona informazione e una buona comunicazione per incentivare la strategia empatica. Allora sì che avrà senso parlare di politica empatica.

Homo sum humani nihil a me alienum puto, scriveva Terenzio, perchè tutto ciò che è umano appartiene a ogni uomo. In questa espressione si racchiude il significato di “intimità empatiche”: mettersi in discussione, distruggersi e ricostruirsi nell’alterità, non una banale giustificazione di tutto e tutti ma uno sforzo sublime nell’esercizio della propria intimità.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: