La responsabilità sociale d’impresa come generatore di benessere

Il mondo in cui viviamo oggi, sempre più complesso e al contempo ulteriormente semplificato dalla tecnologia, ha subito un radicale cambiamento negli ultimi 50 anni: non solo a livello economico, politico e sociale ma in particolare in ambito culturale abbiamo assistito a una ridefinizione integrale del concetto di cultura; parte delle cause di questo processo sono state ricercate nella disgregazione di tutte quelle categorie intermedie come le classi, i partiti, la famiglia e in generale tutte quelle “esperienze” che hanno messo in contatto l’individuo con la società. La scomparsa di questo livello intermedio ha lasciato gli individui da una parte più liberi nella definizione del proprio percorso di vita, dall’altra li ha gettati in un’incertezza sistemica di un mondo che non ha più chiavi di lettura predefinite ma va ridefinito giornalmente.

L’RSI è, nel gergo economico-finanziario, l’ambito riguardante le implicazioni di natura etica all’interno della visione strategica d’impresa: è una manifestazione della volontà delle grandi, piccole e medie imprese di gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle loro zone di attività. Il contesto storico in cui si sviluppa la nozione di RSI è un contesto culturale e accademico iniziato già dagli anni ‘80 in cui si chiedeva a un’impresa di adottare un comportamento socialmente responsabile monitorando e rispondendo alle aspettative economiche, ambientali e sociali di tutti i portatori d’interesse (stakeholders) con l’obiettivo di trarne comunque un vantaggio competitivo massimizzando gli utili nel lungo periodo. A oggi, difatti, si ritiene che un prodotto non sia apprezzato unicamente per le caratteristiche qualitative esteriori o funzionali ma anche per le sue caratteristiche non materiali quali le condizioni di fornitura, i servizi di assistenza e di personalizzazione, l’immagine e infine la storia del prodotto stesso.

Questi cambiamenti hanno avuto un forte impatto in ambito economico e nella capacità delle diverse industrie di recepire i desideri dei consumatori, frammentati ora più che mai in una miriade d’impulsi di consumo. Superata l’ottica dell’economia classica, attraverso la quale erano i produttori a creare i consumatori, oggi al centro del potere di mercato c’è il singolo individuo il cui atto consumistico determina la sua stessa identità. Per questo, la ricerca accademica sul consumo ha dato una svolta definita come “postmoderna”, evidenziando le varie dinamiche che agiscono sul consumatore e le modalità con cui lo stesso si trova coinvolto nella coproduzione. All’interno di questa cornice entrano in gioco diverse variabili che andranno a influenzare in maniera più o meno incisiva le dinamiche consumistiche dell’individuo stesso. Una conferma di questa svolta analitica si evidenzia attraverso uno degli argomenti che sta diventano sempre più mainstream: la Responsabilità Sociale d’Impresa. Infatti quest’ultima già dagli inizi degli anni ‘60 aveva presupposto che l’attività d’impresa, pur mirando al profitto, avrebbe dovuto tenere esplicitamente presente una serie d’istanze interne ed esterne all’impresa stessa, anche di natura socio-economica.

I vantaggi verso questa “nuova” concezione d’impresa risultano molteplici. Il primo e forse il più evidente è il voto politico per cui l’azienda che persegue comportamenti socialmente responsabili, in un’epoca in cui aumentano i consumatori attenti ai comportamenti etici, ottiene l’attenzione e la preferenza a dispetto di aziende percepite come “non etiche”. Diretta conseguenza è l’aumento della percezione della qualità dei prodotti attraverso la certificazione di una lavorazione e un’origine sicura alle materie prime utilizzate: gli stessi prodotti in questioni saranno poi scelti sulla base della fiducia nella qualità del marchio che ne scaturisce. Per quanto riguarda i lavoratori, diversi studi e ricerche, hanno constatato che all’interno di aziende che adottano pratiche di RSI si evidenziano elevati livelli di produttività e soddisfazione personale cementando un sentimento di appartenenza all’azienda il quale determina un processo di coinvolgimento nella creazione di valore condiviso da tutte le parti in causa. Infine è inevitabile osservare come l’utilizzo di tali pratiche porti a un aumento delle esternalità positive per l’azienda e la creazione di un valore sociale condiviso, in cui l’azienda non è astratta dal contesto in cui opera ma si identifica nelle necessità del momento.

Allo stesso tempo però, valorizzare una variabile non prettamente quantitativa quale la Responsabilità Sociale d’Impresa rimane una pratica piuttosto difficile soprattutto in merito all’effettivo impatto economico-finanziario. Difatti un comportamento socialmente responsabile non richiede una giustificazione economica, l’impresa stessa si comporta in moto eticamente corretto in prima istanza se ritiene giusto farlo. Tuttavia se ciò rende possibile apportare una serie di benefici all’impresa, i quali corrispondono a un risvolto economico, questo si rivelerebbe come un maggior incentivo. Una precisa analisi quantitativa degli effetti degli investimenti in RSI sulla performance economico-finanziaria risulta ancora necessaria per intraprendere tali pratiche nonostante non si possa negare l’evidenza di sinergie positive tra le due variabili in questione. Adottare un approccio socialmente responsabile per un’impresa comporta dunque dar vita a un circolo virtuoso che interessa diversi aspetti aziendali e non solo; l’RSI viene vista come una fonte di opportunità, innovazione e vantaggio competitivo distaccandosi da una logica a somma zero ma diventando fonte di creazione di un determinato valore condiviso: il miglioramento del benessere collettivo.

Filippo Nicotra

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