Il giardino delle delizie terrestri: l’Antropocene come punto di svolta

Di datazione incerta, il Giardino delle delizie viene definito come l’opera più importante e ambiziosa di Hieronymus Bosch: di una elevata complessità interpretativa, il trittico in questione rappresenta tre scenari in collegamento tra loro. Nel primo pannello viene raffigurato un ambiente ameno, gradevole, in cui niente è ancora successo dove i soggetti rappresentano un connubio perfetto con l’ambiente che li “ospita” sottolineando una sorta di armonia con lo scenario in questione. L’immagine centrale, nonché la più grande, viene raffigurata all’interno di una sezione quadrata riempita in modo caotico da figure di ogni tipo, caricate di una frenesia costante evidenziando una densità di oggetti/soggetti estrema. Seguendo lo sviluppo cronologico, la serenità sacrale del primo scenario assume i tratti di una connotazione erotica concentrando piacere e sensualità. Qui le “delizie terrestri” prendono corpo, assumono un’importanza vitale nella psiche dell’uomo delineando un individuo capace di perdersi in tentazione abbandonando il rapporto armonioso che si evidenziava nella prima parte del trittico. Infine, la violenta contrapposizione che si presenta nel terzo e ultimo pannello è evidente: la sofferenza fa da padrona a uno scenario in cui l’erotismo precedente si trasforma in sgomento e vergogna. La raffigurazione dell’Inferno rappresenta la fine di un percorso naturale come conseguenza delle tentazioni mondane a cui l’essere umano non è riuscito a resistere.

Il giardino delle delizie si presenta dunque come lo sviluppo di particolari logiche che contraddistinguono l’uso incondizionato di risorse naturali, rappresentando la configurazione ideale del godimento di un’abbondanza iniziale attraverso futili piaceri individuali. Difatti l’evoluzione cronologica raffigurata come un’inevitabile conseguenza si presta a un’analisi in relazione al rapporto tra azioni individuali e impatto ambientale evidenziando un contesto drasticamente mutato: l’Antropocene, definita come l’epoca biologica in cui l’ambiente terrestre è fortemente condizionato dagli effetti dell’azione umana, risulta dunque come un effetto naturale in relazione al rapporto uomo-pianeta.

Allo stesso tempo, il famoso lockdown che abbiamo tristemente vissuto in quest’ultimo periodo ha messo in luce particolari criticità che l’azione umana ha preferito non tenere in considerazione per diversi – forse troppi – anni. In poco più di due mesi, il Covid-19 ha dato voce ad anni di proteste disperate, reclami e appelli che non sono mai stati ascoltati: le acque dei mari sono tornate ad avere un’assenza di colore che noi tutti ci eravamo dimenticati, una trasparenza da lasciarci senza fiato e perfino i nostri cieli si sono ricolorati di azzurro perdendo quella sfumatura di grigio a cui i nostri occhi si erano ormai abituati. La retorica predominante di questo periodo si riempie a sua volta di narrazioni che mettono d’accordo un po’ tutti ovvero ripartire, ricostruire attraverso una “svolta verde” assumendo l’importanza di una sfida globale.

Adattarsi alla situazione esistente, al nuovo scenario esistente, significa concepire tali difficoltà non come una sorta di vincoli ma come un’opportunità contraddistinta da risorse addizionali. Un approccio “ecosistemico” pone l’attenzione non tanto sulla retorica strumentale del concetto di resilienza, ma ci permette di ri-considerare le nostre scelte individuali ponendoci un nuovo e fondamentale obiettivo: un “patto verde” capace di dar vita ad una vera e propria transizione ecologica.

In questo senso, l’Europa sembra disposta a sostenere tale sfida verso una radicale trasformazione attraverso ingenti investimenti tracciando un nuovo percorso e sviluppando una particolare consapevolezza pubblica. Tali investimenti si sono scontrati però con l’urgenza di una ripartenza necessaria per risolvere il particolare quadro economico che si sta via via delineando: le lobby della plastica, dei fossili e dei trasporti sostengono che la minaccia della crisi possa ritardare la “rivoluzione ecosostenibile”. Per questo motivo gli appelli verso un obbligo morale condiviso devono evitare di cadere sostanzialmente in un nuovo vuoto normativo affinché non si perda di vista la possibilità di creare e ri-creare un ambiente sostenibile. La necessità è quella di oltrepassare l’individualismo costante e frenetico per giungere a un nuovo benefico rapporto uomo-territorio il quale, attraverso una nuova visione di “Noi Collettivo“, si traduce in un agire caratterizzato da una particolare concezione di insieme. Significa quindi agire in modo sostenibile, tenendo conto della libertà individuale in un progetto di vita che riguardi l’intero pianeta invece di sviluppare una logica consumistica – lussuriosa. In riferimento a ciò, la sostenibilità e l’impatto nei confronti dell’ambiente devono necessariamente essere analizzati e superati attraverso una nuova “lente”.

Così, prendendo atto della crisi ambientale in cui il termine Antropocene funge da cornice di senso, occorre cogliere le traiettorie verso il cambiamento che ogni crisi porta con sé. La domanda da porsi non è dunque cosa provocherà questa fase ma essenzialmente cosa ci dovrà essere di nuovo: se da un lato la transizione ecologica richiede un “salto cognitivo” accompagnato da misure e strategie ben più ampie e incisive, dall’altro – per non incorrere verso la distruzione ambientale di un paradiso ormai inaridito e devastato – occorre agire attraverso dinamiche ecologicamente sostenibili da un punto di vista collettivo cogliendo le opportunità del momento che forse mai più si ripresenteranno.

Vito Aliperta

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