I nuovi vagabondi

Il paradigma della società “post-industriale-globale” si dimostra come quello di una negazione della migrazione a tal punto di designarla come nemico pubblico, ponendo il fenomeno sullo stesso piano della criminalità e dei terrorismi, come per il “vagabondaggio foucaultiano“, che veniva designato come “matrice generale del crimine“.

La storia di tutte le società è storia di migrazioni e sono sempre state un fatto sociale totale restando sempre incontrollabili come ogni comportamento umano che ha ragioni ben più rilevanti e profonde di quelle materiali.

In quanto tali, le migrazioni non possono essere trattate come un flusso di merci. Tuttavia ogni migrazione, durante il percorso, ha conosciuto avversità nella comunità da cui proviene e nella società d’arrivo.
Si potrebbe cercare di capire e determinare come il potere coercitivo esercitato nei confronti dei vagabondi e del vagabondaggio, descritto da Foucault in “La société punitive. Cours au Collège de France. 1972-1973” sia molto simile a quello esercitato nella società attuale nei confronti dei migranti e delle migrazioni.

Il carattere militar-poliziesco delle politiche migratorie dei paesi europei viene interpretato come un’entità fondata soprattutto su criteri di esclusione, provocando inevitabilmente una crisi e un discredito del tradizionale modello migratorio. Oltre alle difficoltà connesse all’inserimento regolare,
lo squilibrio tra le risorse allocate alla repressione e quelle invece destinate all’azione sociale e all’integrazione, a sfavore di quest’ultime, sono un contributo significativo al successo del modello deviante fra gli immigrati: come il bando per i vagabondi, la repressione nei confronti della migrazione, anziché arginare il fenomeno deviante, lo riproduce, in quanto non permette ai soggetti di migrare legalmente.

La devianza trova riscontro in alcune teorie classiche della sociologia, spesso usate ed interpretate diversamente in base al contesto storico-politico: “La devianza è un’espressione o un atto giudicato dai membri di una collettività come una violazione delle norme o credenze condivise considerate legittime”. A riguardo Michel Foucault sostiene il nesso funzionale fra la produzione della delinquenza e la strategia di dominio delle classi dominanti: “Essa serve a distinguere la criminalità della politica, a dividere al loro interno le classi lavoratrici, ad assicurare il rispetto per la legge e la proprietà privata che sta alla base dell’attuale sistema di dominio.”
Occupandoci dei reati connessi all’immigrazione, vanno considerate le teorie dell’etichettamento o stigmatizzazione, il processo di costruzione sociale e i relativi effetti di colui che li subisce.
Un comportamento è considerato deviante in quanto trasgressivo rispetto ad una norma socialmente condivisa: è il prodotto di un sistema che mette in relazione l’individuo deviante, gli altri attori sociali, le istituzioni e gli aspetti del contesto in cui si manifesta. Quando il controllo sociale “endogeno” (quello che la società condivide e produce per disciplinarsi), e quello “esogeno” (quello esercitato invece dallo Stato) si scontrano con una difficoltosa capacità di integrazione e di disciplinamento sociale del soggetto, si crea una “deregolamentazione” dell’ordine sociale.

La massima coesione di una società secondo Parsons, dipenderebbe dal livello di adesione ai valori e alle norme attraverso il processo di socializzazione e di controllo sociale; la crisi di un ordine normativo quindi, riguarda il sottosistema culturale e il crollo della struttura nella sua parte normativa.
Quando la cultura dominante propone degli scopi non raggiungibili con i mezzi a disposizione di determinate classi sociali, queste ultime saranno relegate nell’inferiorità socio-economica e nella criminalità.
L’immigrato che non riesce ad accedere alla regolarità, accumula imputazioni e denunce per reati amministrativi diventando quindi soggetto alla recidività: il potere in questo caso agisce e contribuisce al processo di stigmatizzazione e anziché favorire l’inserimento dell’individuo, aumenta la sua marginalità socio-economica.

L’opinione pubblica definendo una minaccia per la propria sicurezza anche la semplice presenza o aggregazione di immigrati in un luogo pubblico, accresce la preoccupazione e l’ostilità dei cittadini che segnalano alle forze di polizia la presenza di migranti, nonostante non ci siano necessità d’intervento. Esercitando una forte pressione nei confronti del potere stesso e delle istituzioni, in questo caso si riversa sui soggetti accusati attraverso l’attuazione di politiche d’esclusione.
L’accanimento repressivo è quindi l’esito di una politica migratoria che fa del migrante il principale antagonista dell’ordine sociale e che lo confina a situazioni sociali e lavorative marginali e inferiori.

A fronte delle trasformazioni sociali e socio-culturali, le scelte rispetto alle politiche migratorie in Italia, si connotano di sfumature restrittive e di prassi securitarie che hanno sempre reso più complicata l’immigrazione regolare.
Tali politiche indeboliscono lo status del migrante esponendolo ad un elevato rischio di stigmatizzazione e favoriscono la deriva deviante sfociando in criminalità.
La produzione della delinquenza, per Foucault è necessaria per distinguere la criminalità dalla politica. L’obiettivo ultimo quindi non è tanto il controllo della criminalità, ma la continua necessità di disciplinare l’intero corpo sociale.
“Una volta riconosciuta la sua utilità essa continua ad essere implementata e rinvigorita.”

Gian Maria Duprè

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